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mercoledì 13 novembre 2013

Escursione domenica 17 novembre 2013 - La “soglia” di Monfalcone e i suoi bunker

Scarpe & Cervello 2013
La “fortezza” FVG

Domenica 17 novembre 2013

La “soglia” di Monfalcone e i suoi bunker

Ritrovo ore 9,30 a Monfalcone a piazzale Tommaseo, lungo via Romana, la parallela alla statale per Trieste

La feritoia di un osservatorio ormai sommerso dalla vegetazione spontanea

Percorso
L’ultima escursione del 2013 ci porterà a esplorare un settore particolare della regione, cioè una sorta di transetto difensivo costruito a cavallo della statale che collega Monfalcone a Trieste, pensato prima che il capoluogo provinciale ritornasse a far parte, a pieno titolo, dell’Italia.
A differenza di ciò che abbiamo visto sul Carso triestino qui ci sposteremo soprattutto lungo una miriade di piccole postazioni di tiro predisposte per mitragliatrici e cannoni. Le postazioni dei battaglioni d’arresto erano distribuite sui colli più alti e nei pressi delle strade che dovevano controllare e tenere sotto tiro. Di fatto si trattava di una presenza diffusa e discreta, molto mimetizzata. Partendo dalla periferia di Monfalcone saliremo su almeno tre colli transitando anche per le zone umide retro collinari.
Tempo di percorrenza: 7 ore
Grado di difficoltà: qualche strappo in salita su sentieri per lo più segnati

Prenotazioni

Motivazioni per la scelta dell’itinerario       
La paura di un attacco potente e improvviso sconsigliava di avere lungo il confine strutture militari che potevano cadere in mano al nemico con facilità. In compenso si predispose una difesa duttile e porosa, che per certi tratti seguiva o affiancava le linee della prima guerra mondiale. Si trattava di postazioni quasi sempre isolate, raggiungibili da camminamenti che con l’andare del tempo sono stati ingoiati dalla vegetazione.   

L’accesso a una postazione interrata

Il compito delle postazioni era quello di tenere sotto tiro le principali strade di collegamento. Per esempio a Visentini, nel Vallone che porta a Gorizia, una decina di postazioni servite da una casermetta molto piccola avevano il compito di tenere sotto tiro la strada da una posizione alta e lontana. L’importanza del tema della mira e dello sparo, come in antico, muoveva la scelta delle posizioni da presidiare e custodire con le opere in cemento. Un fitto sistema di postazioni minori avrebbe garantito le batterie anticarro rispetto a possibili accerchiamenti della fanteria. La difesa, a differenza di quella pensata per la prima guerra mondiale, non si poteva disegnare con una linea, ma con un sistema di minuscoli punti e di raggi di circonferenza ascrivibili alla precisione dell’arma.
Una delle scale in cemento che collegano i bunker con la superficie

Percorrere questo ambiente disseminato di postazioni -siamo riusciti a rintracciarne solo una piccola parte-, ci farà comprendere l’importanza interpretativa che le tecniche di guerra esercitano rispetto al paesaggio. Progettare una simile infrastruttura portava i militari a dover conoscere con attenzione i luoghi che venivano necessariamente reinterpretati e modificati.

Veduta dalla cima Dablici verso il lago e il colle di Pietrarossa

Le colline carsiche, allora poco alberate, e le delicate pianure umide divennero oggetto di un originale piano di difesa che cercheremo di comprendere sul posto. Non una linea di vera tenuta, ma uno spazio profondo alcuni chilometri difeso da corpi specializzati nel produrre i massimi danni alle colonne corazzate che comunque sarebbero passate. Centinaia di minuscoli punti di resistenza che avrebbero dovuto resistere per qualche giorno in attesa di un contrattaco che, come l’offensiva, non si è mai verificato.
A distanza di due decenni dalla dismissione della linea ci si può cominciare a chiedere il senso di questi oggetti abbandonati nel territorio e su come anche questa insensata spesa possa diventare utile alla società prossima a venire.

Trincee di appoggio collegate ai bunker

Descrizione del percorso   
Partiremo da via Romana, all’altezza di una piccola piazzetta alberata dedicata a Tommaseo, e saliremo verso la collina di Sablici dove godremo, tempo permettendo, di speciali panorami sulla costiera urbanizzata di Monfalcone. Scenderemo poi verso la zona di Pietrarossa, caratterizzata dal bel lago che vedremo però dall’alto salendo la collina del Debeli che si aprirà sulla pianura e sul lago di Doberdò. Da qui la vista è speciale e spazia sugli ambienti retro collinari.

Veduta dal colle verso l’Istria

Qui transiteremo nelle vicinanze del lago-palude per poi salire il versante successivo dirigendoci verso il rifugio Cadorna e raggiungendo le postazioni realizzate sul monte Gradina.
Lungo tutto l’itinerario incontreremo bunker in cemento che rendono esplicito il fatto che non sono stati costruiti in occasione della Grande Guerra. 

Torretta mimetizzata sul Sablici

Si tratta di oggetti piccoli e abbandonati, non riconvertibili, testimoni di una guerra fredda che si portava dietro divieti, vincoli, pratiche d’uso territoriali ormai inutili.
Strutture fortificate sulle pendici del Gradina
In serata abbiamo previsto, per chi si vuole fermare, una occasione conviviale in una trattoria di San Martino del Carso.

Per partecipare
La passeggiata si svilupperà lungo sentieri e stradine, con incursioni nell’ambiente naturale per visitare le postazioni che siamo riusciti a rintracciare. Il terreno è aspro e roccioso, quindi consigliamo un paio di pedule da escursione, avremo anche qualche tratto di sentiero con il fango.
Faremo in modo di avere delle auto di appoggio a Doberdò del lago che accompagneranno gli autisti al punto di partenza.  L’escursione prevede una camminata lenta di circa sette ore priva di difficoltà.  Chi viene con i figli è pregato di prestare a loro le dovute attenzioni.
Vi raccomandiamo un abbigliamento conforme alla stagione variabile soprattutto in considerazione delle previsioni del tempo, ma ricordatevi anche qualche spray antizecche.
Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Scarpe & Cervello non saranno più gratuite, ma sottoposte a una quota di rimborso spese per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.

Numero massimo di adesioni: cinquanta con obbligo di prenotazione scarpe & cervello

Per informazioni e prenotazioni:
Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, bccmrn@unife.it
Legambiente del Friuli Venezia Giulia: 0432 295483, info@legambientefvg.it, in orario d’ufficio (lun-ven 9:00-13:00)
La tessera di Legambiente: per partecipare all'iniziativa non è obbligatorio essere iscritti a Legambiente seppure, per i nostri interessi generali, questa adesione sia caldeggiata.
Coloro che infatti sono soci di Legambiente sono coperti da assicurazione sia nel caso procurino un danno a terzi, sia in caso di infortunio.
Non sono assicurati i “non Soci” che partecipano alle iniziative e che dovessero infortunarsi, lo sono solo se la responsabilità del loro danno è riconducibile al Circolo o ad un Socio del Circolo stesso.
Il pranzo di norma sarà frugale e al sacco. Dove precisato ci sarà la possibilità di accedere a forme di ospitalità locale di qualità fruendo di locali e ristori dotati di un particolare valore aggiunto. Ogni partecipante penserà a sé, ma se qualcuno porta vino e dolci anche per gli altri sarà particolarmente apprezzato.


giovedì 25 luglio 2013

La valle slava: Musi e la pressione psicologica della guerra fredda

Domenica 28 luglio
Ritrovo ore 9,30 a Passo Tanamea, sul confine con la Slovenia
La zona della polveriera di Passo Tanamea
Percorso
L’alta valle del Torre nella logica della difesa militare della guerra fredda non ebbe un presidio militare permanente. In sostanza non c’erano caserme nella vallata se non a Tarcento, lungo l’asse pedemontano. Eppure in quest’area marginale del territorio regionale i vincoli militari si facevano sentire soprattutto in termini di servitù d’uso e di presenza militare data dai continui campi che i soldati apprestavano nella vallata. Le difese vere e proprie erano distribuite lungo il confine e il sentiero che controllava il lato settentrionale della valle.
In una logica topografica di più ampia visione a Passo Tanamea iniziava un sistema difensivo lineare che si sarebbe appoggiato alle aste fluviali del Torre e del Natisone: sistema che completava verso ovest e verso nord la protezione dei fianchi del dispositivo principale, rappresentato dal basso Isonzo. Questo sistema di difese era presidiato dal 52° Alpini ed era costituito da una prima linea fortificata, che si distendeva a ovest del fiume Natisone e nelle valli collegate e che mirava a controllare i principali valichi e le vie di accesso alla pianura, e di una seconda linea arretrata, appoggiata alla riva occidentale del fiume Torre, da Tarcento sino a Udine.
Tempo di percorrenza: 6 ore
Grado di difficoltà: nessuno.
Ingresso a una delle postazioni a Scimaz
Motivazioni per la scelta dell’itinerario
La presenza militare in Friuli non è data solo dalle opere maggiori e dai casermaggi che ospitavano le migliaia di giovani provenienti da tutta la nazione. Le pratiche d’uso del territorio furono senza dubbio uno di modi con i quali si espresse fisicamente la grande macchina militare approntata all’epoca della guerra fredda.
La valle di Musi era un ambiente segnato da una profonda crisi sociale ed economica. Uno spazio che come la Val di Resia e quelle del Natisone, aveva vissuto durante il periodo fascista un periodo di progettata ostilità del regime nei confronti delle popolazioni di lingua slovena. Anche qui si erano sentiti gli influssi di un potere che osteggiava l’uso di una lingua che non si rifaceva all’esaltante tradizione romana. Dopo la lacerante definizione del confine nazionale lo stato repubblicano vedeva con preoccupazione questi ambiti confinari non immuni dalla propaganda panslavista. Durante gli ultimi anni della dominazione tedesca queste aree erano state patrimonio delle brigate filo titine e lo Stato non ebbe mai la sensazione di un completo controllo dell’area. Forse anche per questo motivo le principali installazioni militari friulane non stanno all’interno di quei territori che durante l’epoca della dominazione veneziana venivano definiti come la “Slavia Friulana”.
Postazione di tiro sul Rio Bianco
Su queste aree invece le manovre quasi quotidiane di truppe appoggiate da mezzi di supporto costituivano una importante azione di propaganda e di pressione psicologica nei confronti della popolazione locale. Gli spazi che i militari acquisirono per le loro pratiche di guerra ridussero la percezione di controllo territoriale nei valligiani. Per questo visitare questa valle ci porrà il problema di cercare segni molto meno fisici ed evidenti della presenza degli uomini della “Fortezza FVG”. Non a caso, oltre a visitare le postazioni conservate e alcune demolite lo scorso anno dall’esercito, cercheremo di immaginarci i campi di tiro, i sentieri settimanalmente frequentati da colonne di giovani militari, gli accampamenti. Soprattutto gli acquartieramenti con le tende finirono per essere il luogo in cui la popolazione locale veniva a contatto con i giovani di leva alle prese con una delle esperienze più particolari della “naja”. I militari erano osservatori osservati, la popolazione ne studiava i movimenti, conviveva con i loro giochi di guerra rispettandone giocoforza i vincoli.
Nel frattempo nell’alta valle del Torre si stava chiudendo un’epoca storica di organizzazione del territorio e dell’economia. L’emigrazione svuotava le case, si abbandonava l’agricoltura valliva di uno dei settori più aspri dell’arco alpino caratterizzato da un paesaggio di disgregazione geologica.
Polveriera a Passo Tanamea
A chiudere questo periodo di crisi, formalizzando un definitivo collasso psicologico nella comunità locale, venne il terremoto del 1976 dal quale le piccole e sparse borgate di Musi non seppero riprendersi. Oggi della complessa contrapposizione tra un sistema insediativo antico e quello moderno dei militari rimane ben poco e dovremo frugare nella memoria dei locali per riuscire a cogliere quel periodo e gli evanescenti luoghi in cui si consumò un conflitto culturale.

Descrizione dell’itinerario
Ci troveremo al vecchio valico di frontiera di Passo Tanamea per visitare il sistema di fortificazioni posto lungo la linea del confine, garantite dalla piccola polveriera che si incontra su questa soglia che fa da spartiacque tra il bacino dell’Isonzo e quello del Torre.
Ci muoveremo lungo il Rio Freddo per individuare le opere e gli accessi. Da qui scenderemo attraverso la polveriera sino ai Ciclamini, il locale costruito pochi anni fa nei pressi del valico, e da li imboccheremo il sentiero del Parco delle Prealpi Giulie che in circa un’ora e mezza ci porterà ad incontrare quella che era la prima borgata stabilmente abitata della vallata, appunto Simaz.
L’area del campo di addestramento invasa dalla vegetazione
Percorrendo tutta la valle in discesa avremo modo di renderci conto dello straordinario ambiente geologico composto da sfasci e detriti che di fatto rendevano improduttivo il fondovalle del Torre. Lungo il sentiero passeremo attraverso il poligono di tiro della Coda nella Codiza. Qui vicino visiteremo i resti di quello che è stato il principale accampamento utilizzato durante le esercitazioni militari. Vedremo anche alcune delle postazioni militari che avrebbero dovuto colpire con spari incrociati le colonne di mezzi lungo la strada valliva. Recentemente il ministero ha provveduto alla demolizione di alcuni bunker scatenando le proteste del comune di Lusevera che voleva invece attivare un progetto per il recupero di queste strutture con finalità museali.
Saliremo poi sui ripiani alti e più produttivi di Simaz, davvero uno dei pochi tratti del fondovalle coltivabile, e poi raggiungeremo Musi per cercare di individuare, anche con l’aiuto dei pochi abitanti che rientrano per l’estate, la posizione della postazione che difendeva la stretta del Torre.
Postazione semidistrutta nei pressi di Musi
Per partecipare
La passeggiata si svilupperà lungo un sentiero segnato in leggera discesa dal passo. Sono sufficienti scarpe da ginnastica o da trek e un abbigliamento “a cipolla” anche considerand che la valle di Musi è uno dei luoghi più piovosi d’Italia. Lasceremo alcune auto a Musi e provvederemo poi a riaccompagnare gli autisti a Passo Tanamea. Chi vuole alla fine potrà fermarsi con noi a “I Ciclamini” per assaggiare alcuni piatti della cucina slovena dell’alta Val del Torre.
L’escursione prevede una camminata lenta di circa sei ore priva di difficoltà. Chi viene con i figli è pregato di prestare a loro le dovute attenzioni.
Vi raccomandiamo un abbigliamento conforme alla stagione variabile soprattutto in considerazione delle previsioni del tempo.
Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Scarpe & Cervello non saranno più gratuite, ma sottoposte a una quota di rimborso spese per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.

Numero massimo di adesioni: cinquanta con obbligo di prenotazione.
Per informazioni e prenotazioni:
Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, moreno.baccichet@gmail.com
Legambiente del Friuli Venezia Giulia: 0432 295483, info@legambientefvg.it, in orario d’ufficio

Informazioni aggiornate saranno inserite nel sito dell’associazione: www.legambientefvg.it e sul blog www.scarpecervello.blogspot.it

mercoledì 10 luglio 2013

La “fortezza” FVG - Soglie e valli tra Cercivento e Paluzza

Domenica 14 luglio

Soglie e valli tra Cercivento e Paluzza


Ritrovo: ore 9.30 presso la fattoria didattica Bosco di 

Museis a Cercivento


I monti del confine visti dallo sbarramento di Paluzza
Per saperne di più sul tema della campagna del 2013:  video Scarpe&Cervello 2013

L'escursione prevede di percorrere un tratto della strada romana che portava a Passo Monte Croce Carnico visitando alcune postazioni realizzare durante la guerra fredda e in funzione fino alla fine degli anni '80. Visiteremo poi le postazioni di tiro nei pressi della torre medievale del Moscardo e giungeremo a Paluzza per visitare le caserme abbandonate. L'escursione proseguirà per Sutrio dove visiteremo il caso di una piccola casermetta dell'esercito trasformata in osteria con cucina. Da qui rientreremo a Cercivento.  Nel pomeriggio in auto andremo al passo per visitare i casermaggi del confine abbandonati.

mercoledì 3 luglio 2013

Alcune foto della Pontebba Chiusaforte

Stefano Meroi ha costruito un percorso fotografico che documenta l'esperienza della passeggiata da Pontebba a Chiusaforte che merita qualche commento.
Nel settore centrale del villaggio la frattura della ferrovia del 1879 sembra quella originale, ma come si può vedere in basso a destra, alcuni binari del grande scalo merci sono stati tolti recentemente a seguito dell'abbandono delle attività doganali.
La Caserma Zanibon è stata quasi completamente demolita e solo un edificio è ancora utilizzato dall'Ana, mentre gli edifici della caserma Fantina sono stati lasciati in piedi e nel degrado aspettando una qualche idea di recupero.
A Pontebba gli sazi del degrado sono ancor superiori a quelli delle caserme perché ci sono molti edifici residenziali un tempo costruiti dall'esercito per le famiglie degli ufficiali e oggi completamente abbandonati. Solo gli spazi esterni vengono mantenuti con il taglio dell'erba e un inutile costo per lo stato. Non si capisce perché l'esercito conservi questi immobili nel più assoluto abbandono se le prospettive di una presenza militare in zona sembrano essere definitivamente scemate.


La caserma Bertolotti è osta lungo la ex statale e al momento è utilizzata parzialmente dal comune di Pontebba. Gli edifici di magazzino posti a destra della foto sono stati ricavati nel tempo da una modifica sostanziale delle aree golenali del Fella e ancora oggi, come nel 203 rischiano di venire invasi da acqua e fango. Tra le varie e a volte assurde proposte che hanno accompagnato la proposta di un riutilizzo della caserma non abbiamo mai letto dell'ipotesi di costruire un progetto di riequilibrio idraulico ridando al fiume le sue pertinenze golenali dopo la distruzione dei capannoni.
Gli spazi di svago destinati un tempo ai soldati.
L'attacco del percorso ciclopedonale sul sedime della prima ferrovia della Pontebbana

La prima postazione di mitragliatrice mimetizzata  nella parete della roccia che si incontra percorrendo la ferrovia. 
Alla ricerca dell'accesso al sistema di gallerie che conduceva alle postazioni di tiro
Lungo la ferrovia alcuni accessi nascosti alle gallerie permettevano di raggiungere le postazioni di tiro poste una decina di metri più in basso lungo la statale. Gli accessi non sono facili da individuare perché sono mascherati e poi blindati, con camere stagne successive.

La pista ciclabile lungo la ferrovia è quasi completata ma presenta ancora un problema legato alle potenzialità di racconto che questo lungo manufatto ha. Infatti le opere edilizie sono di straordinario valore archeologico e dovrebbero essere spiegate, così come si dovrebbe cogliere l'occasione per segnalare letture e punti di vista che possano aiutare il visitatore nella lettura del paesaggio della Val Canale.
Questo che sembra un fienile abbandonato è invece una parete finta costruita per mimetizzare l'accesso a un sistema ramificato di gallerie che conducevano alle postazioni di tiro poste lungo la strada statale.
Un punto in cui a Pietratagliata, nei pressi della polveriera abbandonata, si incrociano il viadotto autostrale e i ponti della vecchia statale e della ferrovia.
L'importante trave reticolare che sorregge il viadotto ottocentesco prima di arrivare a Dogna


Dogna e il viadotto della statale vista da quello della ferrovia

Postazioni militari ogni tanto compaiono soprattutto nei pressi di pareti rocciose non invase dalla vegetazione
La ferrovia trasformata in pista ciclabile con i lavori del 2013
Il nuovo percorso ciclopednale è uno straordinario punto di osservazione sul rapporto che l'uomo ha avuto rispetto alla stretta del Canal del Ferro trsformatosi poco alla volta in un corridoio infrastrutturale

Il viadotto del 1879 è un'opera di straordinario interesse architettonico, mentre le aree abbandonate della vecchia statale testimoniano come non si sia pensato di sfruttare l'ipotesi di un utilizzo anche turistico rimodellando il sedime stradale e cogliendo l'occasione di progettare e collegare il villaggio di Chiusaforte con i luoghi della Chiusa medievale.
La caserma di Chiusaforte è passata al comune che non sa come riconvertirla, ma la situazione dei trentadue appartamenti degli ufficiali è ben peggiore: questo patrimonio immobiliare non è nemmeno stato messo in vendita e inutilizzato,sta progressivamente degradando. Allo stesso tempo viene da chiedersi quale futuro possano avere questi appartamenti in un paese nel quale da quando è stata chiusa la caserma hanno chiuso una decina di negozi e bar e il fenomeno degli alloggi in vendita è aumentato a vista d'occhio.


martedì 25 giugno 2013

Le caserme di Pontebba e Chiusaforte

Domenica 30 giugno

Ritrovo ore 9,30 a Pontebba di fronte alla Caserma della Guardia di Finanza Gollino e Marinelli


La parte storica della Caserma Bertolotti di Pontebba

Percorso

Con questa escursione percorreremo il canale del Fella nel punto dove si fa più stretto e infrastrutturato, lungo il percorso recentemente recuperato della ferrovia Pontebbana costruita nel 1878. Questa profonda incisione trova uno sfogo solo in corrispondenza di Chiusaforte, dove la valle si apre. L’escursione si muoverà lungo la pista ciclopedonale che è uno speciale punto di osservazione lungo la stretta che qualcuno aveva immaginato come lo scenario dell’invasione delle truppe del Patto di Varsavia. Da Pontebba a Chiusaforte la vecchia ferrovia è in leggera discesa con pendenza costante e quindi non ci sono problemi escursionistici, se non quello di cercare di individuare le postazioni che avrebbero impedito lo sfondamento lungo la strada ferrata.
Tempo di percorrenza: 7 ore
Grado di difficoltà: nessuno e, a parte la lunghezza, è adatta a tutti.
La passeggiata si svilupperà lungo una pista ciclopedonale, quindi sono sufficienti scarpe da ginnastica o da trek e un abbigliamento “a cipolla”. Lasceremo alcune auto a Chiusaforte e provvederemo poi a riaccompagnare gli autisti a Pontebba. Chi vuole può raggiungerci e tornare in treno.  

domenica 25 dicembre 2011

Un'autostrada può sfasciare uno degli ambienti più belli e preziosi del Friuli. Firmate la petizione

Gli amici del Comitato ARCA ci chiedono di divulgare l'appello per la raccolta delle firme per una petizione che contrasta una grande opera inutile pensata in un periodo di crisi. Come associazione non solo abbiamo organizzato una iniziativa a Forgaria per dichiarare la nostra avversità all'opera com'è stata concepita e per fare delle proproste alternative. Proposte e idee che giaciono anche nei cassetti regionali, ma che, proprio perché migliori e più funzionali, vengono obliate dai miti delle grandi opere e dalla illogica pretesa di un interesse privato in una situazione in cui non si riesce a sostenere finanziariamente la spesa nemmeno con l'interesse pubblico.
MB.





PROGETTO RACCORDO AUTOSTRADALE A23-A28 – CIMPELLO-GEMONA
La Regione Friuli-Venezia Giulia intende affidare in concessione la progettazione, la realizzazione e la gestione del raccordo autostradale A28-A23 Cimpello Sequals Gemona a ditte private utilizzando lo strumento della finanza di progetto.
L’autostrada si dovrebbe sviluppare secondo due tracciati:
la parte a sud - Cimpello-Sequals, che costeggia il greto del torrente Meduna, prevede il raddoppiamento dell’attuale superstrada a 2 corsie (completata solo nel 1998), trasformandola in autostrada a 4 corsie e 2 corsie di emergenza ridotte
la parte a nord – Sequals-Gemona, si dovrebbe snodare lungo il paesaggio collinare dei comuni di Castelnovo, Pinzano, Forgaria con lunghi tratti in galleria e viadotto, per oltrepassare il torrente Arzino e costeggiare il fiume Tagliamento in prossimità degli argini fino a Cornino, e infine attraversare il Tagliamento, con due viadotti di lunghezza di 450 e 380 m, separati da un tratto in appoggio in corrispondenza di un’isola centrale, nei Comuni di Forgaria e di San Daniele del Friuli.
L’impatto ambientale dell’opera risulta devastante (effetti sull’ambiente definiti “molto negativi”) soprattutto nella parte nord del tracciato in quanto riempie totalmente lo spazio tra le colline e i due corsi d’acqua, prevede la costruzione di nuovi manufatti; interviene su un territorio, fragile e unico in Europa, già minacciato da altri progetti come la realizzazione di casse di espansione o la costruzione di uno sbarramento sul fiume all’altezza di Pinzano.
La stessa Regione si rende conto dei rischi ambientali collegati alla realizzazione dell’opera, tanto che in una sua Relazione generale individua come elementi di rischio la prossimità di alcuni abitati, le interferenze con la linea ferroviaria, l’attraversamento del fiume Tagliamento e il raccordo con lo svincolo di Gemona.
Lo stesso documento elenca anche le interferenze dirette o confinanti con 1 ZPS (“Magredi di Pordenone”) e 6 SIC, tra cui anche la “Valle del Medio Tagliamento” (IT 3320015) e il “Greto del Tagliamento” (IT 3310007).
Anche in altri documenti della Regione si parla dei costi sociali, paesaggistici e ambientali con modificazione su scala locale degli habitat per flora e fauna.
Ma tutto questo non è sufficiente a far desistere da un progetto costoso e inutile. La nuova autostrada diventerebbe infatti un doppione dell'attuale A23 Tarvisio-Palmanova (la differenza è di 2 Km su tragitti di oltre 100) e non servirebbe nemmeno a decongestionare la A4 Trieste-Venezia su cui, tra l'altro, stanno iniziando i lavori per la terza corsia. Di fatto la pedemontana friulana diventerebbe un corridoio di mero passaggio e vedrebbe svanire ogni possibilità di sviluppo sostenibile.
Per opporsi a questo progetto è nato un movimento popolare spontaneo che ha dato vita al Comitato ARCA (Assieme Resistiamo Contro l’Autostrada).
Sul sito http://www.comitato-arca.it/ è possibile consultare documenti e prendere visione di cartine con il tracciato del progetto, nonché sottoscrivere la petizione contro l’autostrada, anche all’indirizzo:

mercoledì 23 novembre 2011

Da Ronchi dei Legionari alla rocca di Monfalcone lungo il tracciato della TAV


Domenica 27 novembre
Ritrovo ore 9,30 di fronte alla stazione aeroportuale di Ronchi dei Legionari

Il recente progetto per la costruzione della TAV che attraverserà tre provincie del FVG pone non solo delle problematiche relative agli impatti dell’opera trasportistica, ma anche quello delle trasformazioni che la costruzione del nodo di Ronchi comporterà. Infatti nei pressi dell’aeroporto verrà costruita la nuova stazione dell’alta velocità e questa rischia di essere un nuovo addensatore di funzioni e opere che dovrebbero essere costruite tra la ferrovia e l’aeroporto. Con l’escursione ci inoltreremo fino ai colli del Carso monfalconese per immaginare gli impatti che l’opera avrà sull’ambiente delicato dei castellieri protostorici.

I motivi
Negli ultimi anni la questione dei trasporti interni alla nuova Europa è stata una tematica molto dibattuta e contrastata. Tutti abbiamo in mente i fatti della Val di Susa e conosciamo il nuovo e diffuso sistema di corrispondenze commerciali che si sta costruendo a partire dalla fine degli anni ’80. All’interno di questo nuovo scenario di mobilità di merci e persone bisogna avere la forza di collocare anche l’esperienza del nuovo progetto della TAV veneto-friulana. Si tratta della prima grande opera del nuovo millennio che vorrebbe radicalmente modernizzare il nostro sistema delle comunicazioni costruendo dei nodi locali tra trasporto ferroviario e aereo. I nuovi binari che dovrebbero collegarci in modo efficiente con i sistemi ferroviari dell’Est percorreranno il Carso quasi solo in galleria per poi emergere tra Ronchi e Monfalcone e affiancare la ferrovia esistente fino a Cervignano. Da qui la nuova linea si alzerà finendo per abbracciare l’autostrada che nel frattempo dovrebbe essere stata allargata e riprofilata. In alternativa alla rete ferroviaria esistente il nuovo sistema di binari scenderà veloce verso Venezia con rare stazioni di snodo.
Pochi mesi fa Legambiente FVG ha partecipato alla valutazione d’impatto ambientale di questa opera criticando e analizzando con attenzione lo SIA, e il circolo monfalconese è stato molto attivo nell’organizzare iniziative su questo progetto. Con l’escursione vorremmo rendere ancora più evidenti i nostri dubbi su quest’opera senza approcciare alla questione con un atteggiamento prevenuto e/o moralistico.
Per fare in modo che si comprendano a pieno le diverse implicazioni di questa grande opera abbiamo deciso di costruire una uscita di S&C in un punto critico del percorso della nuova TAV. Non visiteremo quindi dei luoghi già trasformati, ma, progetto in mano, cercheremo di capire l’impatto della nuova linea sui luoghi.
In modo particolare cercheremo di immaginare i prossimi paesaggi a venire nell’area posta di fronte all’aeroporto di Ronchi. Un territorio vastissimo, e ad oggi quasi privo di coltivazioni, in attesa di trasformarsi in una grande area commerciale-artigianale che salderà la stazione degli aerei con quella dei treni, costruendo un condensatore speciale di funzioni. Ancora una volta parleremo del ruolo delle reti rispetto al sistema del commercio, anche se TAV e linee aeree non spostano tanti utenti quanto le autostrade. In ogni caso la crisi del paesaggio agricolo e le aspettative dei privati che vogliono dar forma all’ennesimo superluogo saranno al centro delle prime discussioni che faremo come laboratorio nomade e osservatorio delle trasformazioni territoriali.
L’altra questione estremamente interessante è invece quella che si lega al transito della infrastruttura nel primo settore del Carso Goriziano. Sopra Monfalcone la ferrovia correrà parzialmente incassata nel versante, in un sistema di colli ricco di presenze archeologiche preistoriche, medievali e della prima guerra mondiale. Questo settore di Carso nello Studio di Impatto Ambientale è stato un poco sottovalutato soprattutto nei riguardi del paesaggio e per questo ci muoveremo all’interno della valle caratterizzata dalla specialità del lago di Pietrarossa per capire quelle che saranno le trasformazioni ambientali e paesaggistiche se l’opera fosse realizzata.

I luoghi
Il nodo aeroportuale di Ronchi è senza dubbio uno dei più piccoli del Nord Est e i flussi di viaggiatori sono relativamente scarsi e insufficienti per creare un indotto che possa consolidarsi in una serie di servizi al pubblico. Eppure nonostante tutto la proposta urbanistica su questo nodo è quella di potenziare l’attività commerciale, seppure la nuova stazione dell’alta velocità non sposterà di molto i numero di chi arriverà a Ronchi per usufruire del servizio aereo. Visitato l’aeroporto e presa coscienza della sua “solitudine”, ci inoltreremo nella campagna abbandonata per raggiungere la ferrovia e “misurare” la distanza che separa la nuova stazione ferroviaria prevista nel progetto TAV da quella dei treni. Poi seguiremo i binari inoltrandoci, non senza difficoltà nel confuso tessuto della conurbazione monfalconese, valutando l’effetto del raddoppio della linea per Venezia in termini di impatto sull’abitato.
Raggiungeremo così il punto in cui l’alta pianura goriziana tocca le rocce affioranti del Carso e inizieremo a salire la dorsale collinare osservando il punto in cui le linee esistenti intercetteranno il nuovo nastro dei binari.
Qui l’ambiente cambia radicalmente e saliremo la collina godendo di piacevoli prospettive sul mare e sul Carso, attraversando terreni sconvolti dalla prima guerra mondiale e ancora ricchi di segni delle originarie linee di difesa. Raggiungeremo così le vette dei colli insediati in età protostorica e in modo particolare la Rocca monfalconese. Scendendo il versante nord del colle toccheremo il punto in cui la progettata TAV squarcerà il paesaggio collinare con una lunga galleria artificiale. Scenderemo poi sul fondo della valle per capire il peso che subiranno le prospettive percepibili dall’altro versante della valle, già gravato dal carico paesaggistico dell’autostrada. L’impatto visivo del grande viadotto che supererà l’autostrada ce lo dovremo immaginare, come pure le rilevanti opere di movimento di terra che comporterà la costruzione delle pile del ponte e i rilevati ferroviari. Saliremo poi alla piccola borgata carsica di Sablici dove finirà la nostra passeggiata. Qui provvederemo a riaccompagnare gli autisti alle auto.

Per partecipare
La passeggiata si svilupperà in parte in pianura e in territori collinari caratterizzati da rocce affioranti, quindi è consigliato l’uso di scarpe da trekking o da montagna.
Il ritrovo è previsto di fronte all’ingresso dell’aeroporto di Ronchi dei Legionari, mentre per lasciare l’auto consigliamo di percorre tutto il fronte dell’aeroporto e di cercare un parcheggio gratuito nella limitrofa zona industriale. Infatti, i semideserti parcheggi dell’aeroporto sono a pagamento.
L’escursione prevede una camminata lenta di circa sette ore priva di difficoltà. Chi viene con i figli è pregato di prestare a loro le dovute attenzioni.
Vi raccomandiamo un abbigliamento conforme alla stagione variabile soprattutto in considerazione delle previsioni del tempo e del vento.
Alla fine della giornata, considerato che questa è l’ultima uscita di Scarpe & Cervello per il 2011, abbiamo deciso di organizzare una cena presso un vicino agriturismo che offre alcuni piatti tipici del Carso.

Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Scarpe & Cervello non saranno più gratuite, ma sottoposte a una quota di rimborso spese per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.
Numero massimo di adesioni: cinquanta con obbligo di prenotazione.
Per informazioni e prenotazioni:
Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, bccmrn@unife.it
Legambiente del Friuli Venezia Giulia: 0432 295483, info@legambientefvg.it,
Informazioni aggiornate saranno inserite nel sito dell’associazione: www.legambientefvg.it e www.scarpecervello.blogspot.it

sabato 29 ottobre 2011

Outlet e interporto a cavallo delle risorgive friulane


Domenica 30 ottobre

Ritrovo ore 9,30 in piazza a Palmanova
Palmanova nel 1593 nacque non come espressione di una esigenza locale, ma come un nodo in una rete del sistema difensivo veneto che si opponeva, lungo un confine oggi scomparso, alla pressione degli austriaci e dei turchi. L’escursione ci porterà a visitare altri due luoghi importanti, ma calati sul territorio per scelte esogene. L’Outlet di Aiello si pone in fregio al collegamento autostradale in una zona esterna agli abitati e si sta trasformando in un elemento in grado di attrarre, con i suoi flussi, nuove funzioni. L’interporto di Cervignano invece è centrato su uno snodo viario che raccorda soprattutto il principale sistema ferroviario. Si tratta di una infrastruttura mai utilizzata a pieno regime e che è stata completata in un momento in cui i presupposti di quella scelta sono stati messi in crisi dal progresso del commercio internazionale.

I motivi
L’Outlet di Palmanova e l’interporto di Cervignano sono moderne strutture che si pongono come oggetti giustificati da speciali sistemi di viabilità. L’outlet, per quanto non immediatamente raggiungibile, dialoga con l’Autostrada e riceve le attenzioni di un bacino di utenza che supera in confine italiano, l’interporto, invece, si propone come elemento ordinatore dei flussi delle merci su rotaia. In entrambi i casi le due nuove strutture giocano un importante ruolo con la viabilità internazionale e nazionale.
L’escursione che andremo a fare sarà particolarmente centrata sull’organizzazione degli spazi della viabilità interna alle strutture citate, facendo riferimento anche a quella straordinaria forma urbanistica che nel 1593 cadde in Friuli con il ruolo di fortezza. Le strade a Palmanova, nella lucidità del disegno geometrico, raccontano gli esiti migliori dell’utopia urbanistica del rinascimento. Le dimensioni della strada e dei fronti urbani dovevano garantire i principi prospettici dell’umanesimo. Dal centro della città si potevano percepire i limiti dei recinti fortificati e l’ordine della raggiera di strade doveva rimandare esplicitamente a un più importante ordine culturale e politico.
I vicoli progettati artificialmente all’interno dell’Outlet sono privi di quel rigore razionale ma vanno letti come il prodotto della migliore tradizione del consumismo disegnato come luogo del divertimento: l’urbanistica del Luna Park o quella delle Fiere. Il disegno dell’Outlet tende a ricostruire una città finta e popolare, fantasticamente favolista, priva di quelle auto che nel grande parcheggio accerchiano un costruito falsamente articolato e differenziato.
Il disegno dei binari ha invece informato in termini funzionalisti il disegno dell’interporto. La grande struttura allungata avrebbe dovuto sostituire i molti scali ferroviari che un tempo affiancavano grandi e piccole stazioni, ma, previsto negli anni ’70, non è mai entrato in funzione pieno regime. L’interporto è senza dubbio un “buco nero” nella finanza regionale e un insuccesso della tecniche di programmazione territoriale. A differenza dell’Outlet è una struttura ancora in cerca di una sua ragione d’essere, confinata e segreta. Non si mostra al paesaggio se non come un lungo recinto di calcestruzzo impermeabile.
Dati sugli Outlet elaborati da AltroconsumoLe tre grandi strutture territoriali, urbana la prima, commerciale la seconda e infrastrutturale la terza, sono affiancate da altri manufatti defunzionalizzati, come la caserma di Visco, sull’antico confine tra Venezia e Asburgo, o quella di Jalmicco. Insomma, camminando ci chiederemo del ruolo di questi oggetti territoriali nel prossimo futuro ancor più che nel presente. Infatti, è un rischio concreto quello che questi insediamenti finiscano per partorirne altri. A Cervignano a fianco dell’interporto è già prevista la costruzione di una grande zona industriale, mentre all’Outlet si pensa a un ampliamento della struttura per aumentare l’offerta di “divertimento” ai visitatori del parco commerciale.

I luoghi
Dal centro di Palmanova usciremo in direzione est per immergerci in una campagna ricca dei segni della modernizzazione a cavallo di un’area che sente l’influenza della vicina falda freatica. Percorreremo alcune stradine campestri per raggiungere Visco e da qui dirigerci verso l’Outlet. Raggiunta la struttura commerciale la attraverseremo con l’attenzione di chi indaga e non quella dell’utente, osservando le tecniche di progettazione applicate a questa struttura rispetto ad altre che abbiamo visitato nelle precedenti escursioni. Per esempio, osserveremo l’attenzione progettuale data alla strada urbana, alla molteplicità delle forme espresse con una edilizia industrializzata, alla libertà lasciata al visitatore nel costruirsi un suo percorso, alla scelta di costruire degli spazi di circolazione che sembrano pubblici, ma che non lo sono, come pure al linguaggio urbano dell’arredo e del verde, che imita quello delle città e non quello dei centri commerciali.
Dall’Outlet scenderemo attraversando l’autostrada ed entrando a tutti gli effetti nella pianura umida. Ci renderemo conto di questa transizione dalle trasformazioni del paesaggio e soprattutto dalla componente arborea dello stesso. Siepi e boschetti aumentano, così come le piante amanti dell’acqua, in primis salici e ontani. Toccheremo anche un importante Sito di Interesse Comunitario (SIC) che è una enorme sorgente e raggiungeremo così il bel borgo medievale di Strassoldo che attraverseremo per andare a concludere la nostra escursione nel settore settentrionale dell’interporto di Cervignano.

Per partecipare
La passeggiata si svilupperà in pianura, quindi è sufficiente avere delle scarpe da ginnastica. Allo stesso tempo vi preghiamo di considerare che con il terreno bagnato le stradine di campagna che percorreremo saranno ricche di fango.
Il ritrovo è previsto in piazza a Palmanova, mentre l’area limitrofa al centro è ricca di parcheggi.
L’escursione prevede una camminata lenta di circa sei ore priva di difficoltà. Chi viene con i figli è pregato di prestare a loro le dovute attenzioni.
Vi raccomandiamo un abbigliamento conforme alla stagione variabile soprattutto in considerazione delle previsioni del tempo.
Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Scarpe & Cervello non saranno più gratuite, ma sottoposte a una quota di rimborso spese per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.

Numero massimo di adesioni: cinquanta con obbligo di prenotazione.

Per informazioni e prenotazioni:
Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, bccmrn@unife.it
Legambiente del Friuli Venezia Giulia: 0432 295483, info@legambientefvg.it,
Informazioni aggiornate saranno inserite nel sito dell’associazione: http://www.legambientefvg.it/ e su http://www.scarpecervello.blogspot.it/

venerdì 29 luglio 2011

Paesaggi artificiali e resilienze ambientali a Piancavallo




Domenica 31 luglio
Paesaggi artificiali e resilienze ambientali a Piancavallo
Ore 9,30 di fronte agli impianti di trasmissione tele radiofonica in località Castaldia.

Le stazioni sciistiche e i villaggi turistici legati alle stesse hanno uno speciale modo di organizzare gli spazi esterni all’abitato che, seppure non coltivati, si estendono su vaste superfici attrezzate. Oltre al villaggio artificiale una serie di oggetti e strutture funzionali alla gestione degli impianti sciistici finiscono necessariamente per riversarsi sulle pendici costruendo un paesaggi ibrido e moderno allo stesso tempo. Con questa escursione visiteremo i diversi settori della località turistica, i suoi impianti e poi i paesaggi antichi ancora conservati e mantenuti.


I motivi

Gli insediamenti turistici sorti in regione negli anni 60-70 in modo autonomo, e a volte in antagonismo con gli insediamenti storici, non sono poi molti. L’esempio udinese di Sella Nevea e quello pordenonese di Piancavallo hanno in fin dei conti una storia simile. In entrambi i casi i villaggi estivi sono sorti sul luogo di frequentazioni temporanee per lo sfruttamento dei pascoli da parte delle comunità locali. In entrambi i casi l’interesse di chi frequentava la montagna per studio o per piacere fece sorgere qui dei rifugi alpini come base di appoggio per più impegnative escursioni montane. In entrambi i casi queste piccole attrezzature per il turismo furono l’elemento di partenza per sviluppare il progetto novecentesco di due villaggi turistici di moderna concezione.
A Piancavallo l’elemento generatore del nuovo insediamento fu la frequentazione che gli abitanti di Pordenone hanno del pianoro che ospitava l’originario rifugio alpino. All’inizio del ‘900 Piancavallo diventò famoso nel pordenonese per essere una montagna innevata facilmente raggiungibile dalla pianura.
Non è un caso che tutto lo sviluppo successivo della stazione sia stato curato da imprenditori di pianura e non da appartenenti della comunità locale di Aviano. A testimoniare questa modalità di attrezzatura funzionale alla città, che nel 1968 diventava capoluogo di provincia, è anche il modello della prima colonizzazione dell’insediamento, pensato come una sorta di periferia a bassa densità. La lottizzazione di Col Alto e quella di Busa delle Villotte nascono molto prima dei grandi condomini di appartamenti e si propongono, alla stregua delle lottizzazioni di Lignano, come un nuovo modello di abitare i luoghi attraverso seconde case del tutto simili a quelle delle periferie suburbane. Case che si appoggiano a reti stradali di distribuzione inventate ex-novo alle quali si appoggiano lotti relativamente grandi all’interno dei quali sarà possibile costruire edifici mono e bifamiliari.
Solo in un secondo tempo cambierà l’offerta di alloggi con la proposta di appartamenti in strutture plurifamiliari del tutto simili a quelle che venivano costruite in città dagli stessi speculatori edilizi. Cambiava sul finire degli anni ’70, l’impiego di tipologie edilizie a bassa densità a favore di forme paesaggisticamente ancor più speculative con edifici alti anche 6-7 piani su lotti relativamente piccoli. Si formava così un effetto urbano assolutamente estraneo all’ambito alpino degli insediamenti temporanei o permanenti. Un “effetto città” non sappiamo quanto consapevole. Da quel momento la città e il paesaggio delle malghe vivono fianco a fianco, ma, mentre l’allevamento è in crisi, il prodotto della speculazione edilizia continua a riversare sul mercato nuovi e anonimi alloggi per una categoria di acquirenti locali desiderosi di una seconda casa.
Ma la seconda casa a cosa serve? Nella tradizione Piancavallo ha sempre cercato di promuoversi come una stazione alpina legata ad una offerta turistica invernale e questo è sempre stato il suo limite. Il turismo della neve necessità di un importante sistema di attrezzature che con l’andare del tempo hanno contribuito al fallimento di più di una azienda di gestione per cui da molti anni ormai i costi del deficit di Pincavallo sono pagati dalla Regione Friuli Venezia Giulia. Non bastasse, questa falsa città non è in grado di auto sostenere i suoi servizi (farmacia, arredo urbano, smaltimento dei rifiuti, ecc.) e grava pesantemente sul bilancio comunale di Aviano per qualsiasi opera di manutenzione e gestione ordinaria. Insomma, è una frazione “fantasma” del comune, con pochissimi residenti, ma pesa sulle casse del comune più di uno dei villaggi storici.
Strutture, servizi, piani di manutenzione ecc. sono pagati dalla comunità tutta per dare la sensazione ai nuovi proprietari di vivere in un ambiente non diverso dalla città.
In pratica si è costruito un territorio che “consuma” risorse come la città senza essere in grado di produrre nulla. Il carosello bianco è in compenso un elemento difficile da marginare nel suo tentacolare istinto di trasformare gli spazi limitrofi ai territori costruiti. Le piste da sci, con la loro necessità di avere pendenze e forme regolari hanno livellato in paesaggio dei pascoli e dei boschi determinando una artificializzazione degli spazi prossimi a questa sorta di città alpina così forte da deprimere quei valori del paesaggio tradizionale che potevano essere una risorsa per il turismo estivo.


I luoghi
L’escursione partirà dalla Castaldia, uno dei pochi territori del versante alpino che dal medioevo era una proprietà privata indisponibile dagli abitanti di Aviano che invece usavano in modo solidale tutto il resto della montagna. A Castaldia, orlo dell’altipiano pastorale che anticipa il Piancavallo, negli ultimi trent’anni si è venuto costruendo, in modo assolutamente spontaneo, un complesso di sistemi di trasmissione radiotelevisiva che hanno alimentato la storia della radiocomunicazione della pianura pordenonese. Da questa foresta di antenne inizieremo l’escursione per poi raggiungere le praterie del Col Alto lungo la prima strada che permetteva l’accesso alla stazione sciistica.
Qui potremo osservare il paesaggio originario delle praterie artificiali in fase di riduzione per lo scarso utilizzo dei pascoli.
Raggiungeremo la lottizzazione di Col Alto visitandola nel dettaglio per poi attraversare il piano infrastrutturato della località e cogliendo le diverse volontà paesaggistiche espresse dagli interventi e gli impatti creati dalle ultime strutture sciistiche.
Saliremo poi lungo il sentiero del Sauc fino a raggiungere la panoramica vetta del Col Cornier, una balconata che permette di abbracciare con lo sguardo il Carso triestino e le Dolomiti bellunesi. Da questa balconata potremo vedere con maggiore attenzione gli spazi di qualità paesaggistica e le manomissioni delle piste da sci che salgono al Tremol2 in Val dei Sas.
Questo è un luogo dove dal 1989 Legambiente e le altre associazioni ambientaliste svolgono una battaglia per fermare gli impianti sciistici che vogliono estendere i loro tentacoli fino ad arrivare in Veneto.
All’Antro delle Mate, se faremo in tempo, raggiungeremo alcuni amici che hanno organizzato un piccolo concerto alpino, dopo di che si scenderà a Piancavallo lungo le piste da sci per renderci conto delle difficoltà che ci sono nel pensare di recuperare spazi così trasformati per una attività tanto specialistica.


Per partecipare
La passeggiata si svilupperà in ambiente montano e sono quindi obbligatorie le scarpe da montagna.
A Piancavallo si arriva risalendo la strada da Aviano (diffuse segnalazioni). Prima di giungere nella località sciistica sulla destra, alla fine di una ripida salita e dopo l’ultimo tornante, troverete la tabella della località Castaldia. Pigliate la piccola strada a destra che conduce all’altopiano pastorale e fermatevi poco più avanti nei pressi delle alte antenne di trasmissione che dovreste aver visto anche salendo da Aviano.
L’escursione prevede una camminata lenta di circa sette ore in ambiente alpino e un dislivello complessivo di circa 700 metri, seppure si tratti di un percorso molto facile.
Sono sufficienti scarpe da montagna comode e un abbigliamento conforme alla stagione variabile.

Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Scarpe & Cervello non saranno più gratuite, ma sottoposte a una quota di adesione per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.

Numero massimo di adesioni: cinquanta con obbligo di prenotazione.


Per informazioni e prenotazioni:
Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, bccmrn@unife.it
Legambiente del Friuli Venezia Giulia: 0432 295483, info@legambientefvg.it,
Informazioni aggiornate saranno inserite nel sito dell’associazione: http://www.legambientefvg.it/ e http://www.scarpecervello.blogspot.it/

giovedì 5 maggio 2011

A piedi nei paesaggi della modernità. Parte la nuova edizione di Scarpe&Cervello



Domenica 8 maggio 2011

Dall'Ikea al sacrario di Redipuglia
Ore 9,30 parcheggio dell’Ikea a Villesse, sotto il cartello del parcheggio A

L’Ikea di Villesse è un superluogo tra i più esemplari in regione e si colloca su un importante nodo della rete automobilistica assumendo anche il ruolo di Landmark per chi percorre le autostrade da e verso la Slovenia. Rappresenta per eccellenza un nuovo modello di centralità dove il commercio si confonde con il divertimento. La nostra escursione prevede una visita veloce ed esterna alla struttura e una camminata che dai paesaggi in trasformazione della zona industriale di Villesse-Romans ci porterà attraverso territori ancora ricchi di storia a Redipuglia dove visiteremo i cimiteri di guerra, grandi macchine paesaggistiche per coltivare la memoria, finendo l’escursione sui luoghi in cui prenderanno forma, nel prossimo futuro, le opere previste per l’iniziativa Carso 2014.

I motivi
La prima escursione della nuova serie di uscite di Scarpe e Cervello parte da un “nodo” territoriale che negli ultimi anni ha subito delle profonde trasformazioni. Il raccordo autostradale tra l’asse Venezia-Trieste e Gorizia nacque in un periodo speciale della storia italiana, quasi come se quel peduncolo di superstrada fosse stata una vena che finiva nell’ultimo tessuto vitale di un territorio. Oggi invece, i nuovi spazi della comunicazione transfrontaliera riconoscono al margine confinario il ruolo di cerniera tra stati e mercati diversi. Il prolungamento del raccordo autostradale in Slovenia e la trasformazione dell’asse in una vera autostrada, hanno dato un nuovo senso all’innesto di Villesse.
Una grande struttura commerciale si è collocata nei pressi di questo incrocio caratterizzando il paesaggio dell’infrastruttura e modificando in modo irreversibile l’ambiente. Se il raccordo autostradale aveva marginalizzato l’abitato di Villesse interrompendo il collegamento con gran parte della sua campagna, oggi la trasformazione della stessa in un centro commerciale in aderenza con i tessuti produttivi di S. Pier d’Isonzo ??? rende ancor più “separato” e autonomo questo spazio del mercato. Uno spazio che è influenzato da flussi transconfinari e che ha poco a che vedere con l’originario villaggio isontino. L’Ikea è un simbolo della filosofia dei nuovi territori del commercio a cavallo di due nazioni, un commercio diffuso e reticolare, appoggiato a una rete trasportistica sovrannazionale.
La nostra tappa finale ci porterà in un altro luogo che fu generato da un processo di pianificazione esogeno alle scelte del territorio. Il santuario di Redipuglia nacque nel 1938 come una grande macchina attrezzata per ricordare le grandi battaglie nazionali lungo l’Isonzo. Il racconto affidato alla grande struttura monumentale era quello mitizzato delle schiere degli eroi che rimanevano su quei luoghi per presidiare, esercito di fantasmi, la terra conquistata con tremendo sacrificio.
Anche questa “macchina” scenica ha un suo ruolo nell’orientamento e nella lettura del territorio circostante, anzi, la sua componente paesaggistica è senza dubbio meglio riuscita di quella del sacrario di Timau o di quello di Caporetto.

I luoghi
Partiremo dai piazzali dell’Ikea (non abbiamo previsto una visita agli spazi interni che ci limiteremo ad evocare) percorrendo i raccordi con la viabilità in continua trasformazione. Raggiungeremo così la periferia di Villesse sfiorando l’abitato e dirigendoci verso l’argine dell’Isonzo. Avremo così il modo di leggere alcune delle forme tradizionali dell’agricoltura della zona ormai presenti in forma residuale. Raggiungeremo così una speciale area posta tra l’abitato e l’argine dell’Isonzo oggi in fase di abbandono e inselvatichimento. Un’area caratterizzata originariamente da prati magri e siepi e poi da cave ora abbandonate. Sul bordo dell’argine incontreremo poi una delle piccole zone industriali più insulse della regione, costruita con miopia lontana dalle vie di comunicazione e all’interno del vincolo paesaggistico del fiume. Questa zona sembra fatta da organismi artigianali e industriali provvisori, ma il senso di transitorietà è solo apparente perché anche nel degrado questo spazio produttivo continuerà ad esistere.
Qui recupereremo l’argine fluviale come percorso, osservando gli spazi abbandonati e le nuove funzioni che sono state introdotte (un campo per l’aeromodellismo e un laghetto per la pesca sportiva) come a compensare una mancanza di senso. Allontanandoci da Villesse attraverseremo un territorio ancora abbastanza tradizionale per recuperare il vecchio pente ferroviario abbandonato della linea che collegava Redipuglia con Cormons.
L’oggetto infrastrutturale è molto suggestivo e ci permetterà di costruire una lettura percettiva della pertinenza fluviale come un vero transetto. Raggiungeremo così la riva sinistra del grande fiume scendendo dal rilevato nei pressi del canale artificiale Dedottori, la grande arteria d’acqua diretta a Monfalcone.
Qui, seppure vicini al mare, siamo ancora nei territori dell’alta pianura e le acque percepibili al di fuori degli argini sono artificiali e arricchivano l’ambiente secco e caratterizzato oggi da nuovi impianti vitivinicoli o da arativi. In questo paesaggio agricolo si addensano però un numero consistente di linee elettriche che raggiungono il nodo di ?????? a Redipuglia. Si tratta di un nodo infrastrutturale di grande suggestione nel suo assoluto senso antimimetico.
Ormai in vista di Redipuglia saliremo la boscosa collina di Montagnola per raggiungere il cimitero di Sant’Elia poi il sacrario di Redipuglia.
Raggiunta la cima del monumento saliremo ancora un po’ per sentieri per visitare i luoghi che saranno oggetto del prossimo progetto di “memoria” della guerra: Carso 2014.
Rientrando faremo tappa alla stazione ferroviaria di Redipuglia, un piccolo capolavoro dell’architettura razionalista degli anni ’30. Qui alcune auto permetteranno di riaccompagnare gli autisti al parcheggio dell’Ikea.

Per partecipare
La passeggiata si svilupperà su ambienti molto diversi, strade, viabilità campestri, un argine, ecc., ma in sostanza sono sufficienti scarpe da ginnastica o da trek.
Per chi arriverà in autostrada l’uscita di riferimento è quella di Villesse e l’impianto dell’Ikea ha senza dubbio il pregio di segnalare il luogo con un certo anticipo. Il parcheggio della struttura è enorme, ma il negozio non è ancora aperto all’ora del ritrovo. In ogni caso abbiamo stabilito di ritrovarci sotto il cartello del parcheggio A per rendere ancora più evidente lo straniamento che provocano in noi strutture anonime come quelle di questo parcheggio.
L’escursione prevede una camminata lenta di circa sei ore (10 chilometri) priva di difficoltà. Dovremo solo prestare qualche attenzione nel transitare sul ponte abbandonato.
Sono sufficienti scarpe comode e un abbigliamento conforme alla stagione variabile e soggetta ad escursioni termiche.

Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Scarpe & Cervello non saranno più gratuite, ma sottoposte a una quota di adesione per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.

Numero massimo di adesioni: cinquanta con obbligo di prenotazione.

Per informazioni e prenotazioni:
Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, bccmrn@unife.it
Legambiente del Friuli Venezia Giulia: 0432 295483 begin_of_the_skype_highlighting            0432 295483      end_of_the_skype_highlighting, info@legambientefvg.it,
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