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lunedì 10 settembre 2012

Tra Doline, colli e vigne: da Monrupino a San Daniele del Carso


Domenica 16 settembre

Ritrovo ore 9,30 di fronte al cimitero di Zolla di Monrupino





Percorso
L’escursione si snoderà in due diversi itinerari. Il primo dedicato alla rocca di Monrupino e alla dolina insediata di Tomai, mentre il secondo ci farà percorrere i rilievi del bordo dell’altipiano carsico a San Daniele. La predisposizione di due auto di appoggio a metà dell’itinerario permetterà agli autisti di recuperare le auto.
Alla sera chi vuole si potrà fermare per mangiare con noi presso una trattoria carsolina.

Tempo di percorrenza: 8 ore
Si tratta di un’escursione priva di difficoltà escursionistiche e per lo più su percorsi stradali poco frequentati.  Dislivello: 100 m

Motivazioni per la scelta dell’itinerario             
Uno dei primi luoghi oggetto delle attenzioni della Regione nella revisione di vincoli paesaggistici a volte vecchi di mezzo secolo è stato quello del santuario di Monrupino, un luogo posto su un confine di stato, ma centrale rispetto al paesaggio del Carso. L’ambiente qui non ha subito straordinarie trasformazioni se non quelle legate al processo naturale di espansione della vegetazione sui pascoli abbandonati. Come una sorta di acropoli, il recinto fortificato del santuario è uno straordinario balcone paesaggistico dal quale di diramano antichi sentieri.
Dalla chiesa incastellata partiremo alla volta della sola cittadina medievale costruita in questo speciale ambiente geologico prefiggendoci l’intento di attraversare le doline caratterizzate da impianti vitivinicoli antichi di Terrano e Malvasia. L’ambiente delle vigne di Dutovlje e di Tomai è del tutto speciale per la forma dei supporti morti alle piante. L’uso del legno assume dei valori grafici importanti e scandisce una sorta di misura per la grande dolina di terra rossa. Visiteremo anche le praterie abbandonate tanto care all’iconografia di Luigi Spacal che incontreremo nelle opere conservate nel museo a lui dedicato a San Daniele. Visiteremo anche la casa natale di Max Fabiani, famoso architetto nella Vienna di fine secolo, che qui rappresentò come un segno di alterità paesaggistica il grande gelso che cresce ancora nel cortile dell’abitazione: il gelso dei Fabiani. Mentre questa pianta nell’udinese caratterizza il ricordo di attività produttive legate alla bachicoltura, nel Carso il gelso adornava i cortili delle abitazioni con la realizzazione di estese pergole. Dalla casa dei Fabiani a piedi percorreremo la strada che conduceva l’architetto nella cittadina della quale fu sindaco durante il periodo fascista e avremo così modo di vedere alcune sue opere progettate con una speciale sensibilità al paesaggio.



Costruzioni nel recinto fortificato a Monrupino




     
Serie di grafiche di Spacal



Il gelso dei Fabiani di Max Fabiani


Descrizione del percorso           
La chiesa di Monrupino (Repentabor in Sloveno) è appunto un “Tabor” sloveno. Cioè si tratta di un edificio sacro fortificato presso il quale trovava rifugio la popolazione dei villaggi vicini in occasione di incertezze militari e incursioni turche. Il colle con i suoi 418 m sul livello del mare è uno dei più alti rilievi del Carso ed ospita il santuario dedicato all'Assunta e alcuni edifici di antica costruzione ben restaurati. Il grande cortile è una straordinaria balconata che si affaccia sull’altipiano e anche per questo l’area fu insediata in età preistorica da un castelliere.
Scenderemo dal colle per scendere verso una delle zone agricole più interessanti del Carso, quella che è specializzata nella produzione del vino Terrano, un vino nero denso prodotto da una terra rara e di colore rosso. Ci interessa soprattutto cogliere, proprio in questa stagione, il disegno delle vigne contrapposte alla prima fascia di territorio, un tempo utilizzato come pascolo, oggi abbandonato e selvatico. Negli ultimi venti anni nella dolina di Tomai si è visto un progressivo recupero delle attività di coltivazione della vite con modalità di tipo tradizionale e quindi una sostanziale conservazione delle forme paesaggistiche a differenza di quello che sta accadendo nella valle del Vipacco e nel Collio sloveno.
Arrivati nel borgo di Dutovlje Riprenderemo le auto per trasferirci a una decina di chilometri, a Kobdilj, vicino a San Daniele del Carso. Lasceremo le auto nei pressi della ferrovia transalpina e saliremo alla piccola borgata in antico sede di un castelliere e patria di Max Fabiani, uno dei più importanti architetti della mitelleuropa a cavallo del ‘900. Nel cortile della sua casa, incendiata durante la seconda guerra mondiale, c’è uno straordinario gelso che lo stesso Fabiani dipinse in una cartolina qui allegata. Il grande albero, che ogni anno veniva potato, caratterizzava l’importante spazio aperto sul quale la famiglia borghese abitava dal 1792. C’è chi crede che questo sia l’esemplare di gelso più grande della Slovenia. Vicino alla casa c’è una sorgente d’acqua, bene preziosissimo per una zona carsica, che era proprietà dei Fabiani, ma che Max rese pubblica negli anni ’30.
Ci avvicineremo alla cittadina medievale di San Daniele posta sul colle poco discosto lungo un panoramico e corto sentiero dedicato proprio a Max che ci farà transitare per la chiesetta di Sv. Gregor dove giacciono le spoglie dell’architetto e della sua famiglia.
L’architetto nacque qui nel 1865 ma la sua attività professionale si svolse soprattutto a Vienna dove collaborò con Otto Wagner durante i progetti di espansione della città e nel periodo della definizione di uno stile modernista. E’ stato anche un importante urbanista e a lui si devono i piani urbanistici di Lubiana e di Gorizia. E’ proprio a Lubiana che l’archiettto conseguirà la maturità scientifica presso la Realschule di Lubiana, mentre nel 1883, si iscriverà al Politecnico di Vienna dove intraprese gli studi di architettura conseguendo, nel 1892, il titolo di Diplom Architekt (Laurea in Architettura). Nel 1896 intraprese la carriera accademica al Politecnico, diventando Assistente del prof. Karl Konig alla Cattedra di Composizione e, nel 1898, Professore incaricato di Storia dell'Architettura antica.
Giungeremo a San Daniele toccando il giardino che Fabiani progettò negli anni ’30 per i cugini Ferrari, per i quali costruì anche una strada carrabile progettata come un belvedere e la residenza con uno stile storicista, frutto dei suoi studi sulla casa del Carso.
L’escursione ci permetterà di visitare quanto dell’opera si è salvato dalla distruzione della seconda guerra mondiale. Nel 2001 il comune di Komen ha ripristinato un sentiero dedicato al grande architetto attivo tra Trieste, Lubiana, Gorizia e Vienna tra la fine del ‘800 e i primi tre decenni del ‘900.
A San Daniele visiteremo anche la mostra di Luigi Spacal, uno dei principali artisti giuliani, allestita all’interno del restaurato castello. La sua opera ha un riferimento esplicito con il territorio carsico che amò e descrisse in quasi tutte le sue opere partendo da un processo di semplificazione dell’ambiente conosciuto e percepito, cogliendone solo gli elementi strutturali. La galleria delle opere è posta all’interno del castello restaurato ed è interamente dedicata all’opera di Lojze  Spacal  (Trieste 1907-2000).

PS. A San Daniele del Carso è ambientato anche uno dei romanzi di Fulvio Tomizza, Franziska.

Bibliografia utile            
Max Fabiani architetto, a cura di M. Pozzetto, Gorizia, Budin, 1966
Max Fabiani: nuove frontiere dell'architettura, a cura di M. Pozzetto, Venezia, Marsilio, 1988
Max Fabiani, Sulla cultura delle città: scritti 1895-1960, a cura di M. Pozzetto, Trieste, Editoriale Stampa Triestina, 1988
Marco Pozzetto, Max Fabiani, Trieste, MGS Press, 1998.

Per partecipare
La passeggiata si svilupperà prevalentemente su strade campestri e sentieri quindi consigliamo scarpe da ginnastica o da trek e un abbigliamento “a cipolla” nel caso ci sia vento.
Il ritrovo è previsto di fronte al cimitero di Zolla dotato di molti posti auto. Chi arriverà in ritardo dovrà raggiungerci in cima al colle fortificato. Per il pranzo tutti dovranno essere dotati di cibo al sacco.
L’escursione prevede una lenta camminata fino alla dolina piena di vigne con lunghi momenti dedicati alla discussione e all’osservazione. Comunque è priva di difficoltà.  Chi viene con i figli è pregato di prestare a loro le dovute attenzioni.
Vi raccomandiamo un abbigliamento conforme alla stagione variabile soprattutto in considerazione delle previsioni del tempo.

Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Scarpe & Cervello non saranno più gratuite, ma sottoposte a una quota di rimborso spese per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.

Numero massimo di adesioni: cinquanta con obbligo di prenotazione.
Per informazioni e prenotazioni:
Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, moreno.baccichet@gmail.com
Legambiente del Friuli Venezia Giulia: 0432 295483, info@legambientefvg.it, in orario d’ufficio
Informazioni aggiornate saranno inserite nel sito dell’associazione: www.legambientefvg.it e www.scarpecervello.blogspot.it

giovedì 26 aprile 2012

Punti di vista triestini


Durante l’escursione del 29 aprile avremo modo di raggiungere due luoghi importanti, a partire dalla metà dell’800, per l’iconografia triestina: il castello di Miramare e il belvedere dell’obelisco. Il castello, forte di un immediato successo dell’immagine che diffondeva la visione della residenza degli Asburgo, veniva presentato con riprese stereotipate da terra: la prospettiva del palazzo che si staglia sul mare visto dal porticciolo, con qualche timido tentativo di fotografare l’edificio dal molo. Oppure dalla riva settentrionale, lungo la strada che proveniva dalle scuderie, dividendo in tre la foto, a sinistra il mare, al centro la residenza e a destra l’ombreggiato parco. Le foto-cartolina dal mare sono così rare da rendere evidente l’intenzione di usare l’edificio come “cerniera” ricca di significati tra il versante-parco e il mare.
Un discorso diverso lo merita il luogo dell’obelisco, lungo la strada ottocentesca che collegava Opicina a Trieste, costruito come un grandioso belvedere sulla città. In questo caso una serie meno folta di fotografie commerciali documenta l’esperienza della percezione visiva che dall’alto lascia alla città costruita il compito di far dialogare le rive dell’altipiano con il mare. La ripresa è unica ed efficace al punto che pochissime altri panorami dall’alto entrarono nell’iconografia urbana triestina con tanta forza.
Il ruolo di queste riprese nella costruzione di un mito turistico e identitario di Trieste è una ricerca tutta da fare, certo è che anche solo svolgendo una piccola indagine in rete sulle cartoline triestine emergono moltissime immagini (alcune le pubblico qui sotto) che testimoniano l’uso ripetuto degli stessi punti di ripresa.






























sabato 14 aprile 2012

Icone, iconemi e fondali paesaggistici Inizia la nuova stagione di Scarpe&Cervello 2012


Scarpe & Cervello 2012

Icone, iconemi e fondali paesaggistici





Domenica 22 aprile
La visione della montagna vista dalla pianura del Tagliamento
Ritrovo ore 9,00 in piazza a San Vito al Tagliamento

Percorso
L’escursione inizierà a San Vito al Tagliamento, nei pressi della chiesa dei Battuti, e si snoderà lungo l’alta pianura fino a Valvasone.
Tempo di percorrenza: 7 ore
Grado di difficoltà: nessuno, attrezzatura da trek, stagione consigliata primavera o autunno, si percorrono molte strade campestri e si attraversano alcuni centri urbani
Motivazioni per la scelta dell’itinerario
La grande pianura alluvionale friulana ha sempre dialogato in termini paesaggistici con la corona delle montagne che la chiude, in modo tanto secco, a monte. Soprattutto in provincia di Pordenone la montagna precipita con pendii molto ripidi da cime che superano i 2.000 metri e che hanno un carattere dolomitico, come il M. Cavallo e il M. Raut. Il “muro” di montagne ha sempre influenzato la percezione dello spazio nelle comunità di pianura e non è un caso che questo profilo compaia in tanti dipinti prodotti soprattutto nel XVI secolo. Per esempio, questa attenzione alla corona delle montagne viste da una lontana pianura è molto evidente nella pittura del sanvitese Pomponio Amalteo, ma anche in alcune opere del suocero, il Pordenone. La questione diventa ancora più intrigante se consideriamo alcuni artisti moderni come i sanvitesi Virgilio Tramontin e Federico De Rocco, che hanno spesso rappresentato i lontani rilievi visibili dalla loro terra. A differenza del ruolo realistico che il paesaggio ha nell’opera pittorica di Cima da Conegliano nella pittura dei sanvitesi i monti restano quasi indefiniti, come avvolti nella foschia che molto spesso scioglie e diaframma il confine con la pianura. Per l’Amalteo e il Pordenone la ricostruzione del paesaggio non è esatta, è in realtà un fondale solo abbozzato, esattamente come durante certe giornate fosche e umide, nel quale ambientare l’arrivo di improbabili Magi, o altre scene mitiche.
L’ambiente alpino percepito attraverso il filtro della distanza non viene rappresentato con un atteggiamento razionalista, e ciò che appare è un ambiente lontano nel quale le forme sfumano e si deformano dando vita a un paesaggio fantastico. Il profilo della montagna è un fondale teatrale sul quale l’uomo dipinto da De Rocco nella Casa del Mutilato di San Vito si staglia, assumendo il carattere del protagonista.
Descrizione del percorso
Il percorso parte dal centro di San Vito al Tagliamento, e precisamente dagli affreschi del presbiterio della Chiesa dei Battuti dipinta da Pomponio Amalteo. In questi dipinti l’attenzione dell’artista per il paesaggio è evidente. Il bambino nasce non in una grotta ma sotto un ricovero in legno, come quelli che nel Cinquecento popolavano i villaggi della pianura. Per contro, le montagne lontanissime definiscono un limite oltre il quale stanno terre sconosciute; ed è proprio da lì che arrivano i Magi sugli esotici cammelli. Il fondale della catena dei monti segna una soglia tra il conosciuto e l’esotico. A parte i Magi nel dipinto si rintracciano tutti gli oggetti d’uso dell’abitare tipici della pianura pordenonese nel ‘500.
In questa chiesetta ci soffermeremo anche a guardare alcune stampe del Tramontin che descrivono con puntuale precisione il paesaggio novecentesco della campagna sanvitese. Le vigne, in modo particolare, assumono un carattere scultoreo che viene esaltato, nella rigidità delle forme, dal contrasto con le naturali forme delle lontane Prealpi Carniche. Uscendo dalla chiesa raggiungeremo la vicina Casa del Mutilato dove vedremo un’importante opera parietale di De Rocco. Dalla piazza di San Vito raggiungeremo l’abitato di Prodolone, ancora segnato nel suo impianto urbanistico dalle rovine del castello feudale e dalla chiesa parrocchiale.
Raggiungeremo quindi la chiesetta della Beata Vergine delle Grazie, situata poco lontano, dove Pomponio Amalteo mise mano a un’altra grande composizione su parete. Ancora una volta l’immagine dell’arrivo dei Magi alla umile capanna del bimbo è delimitata dallo sfondo delle Prealpi Carniche, mentre nel ciclo della nascita e della giovinezza di Maria l’incontro con l’angelo avviene in campo aperto, poco fuori le mura di una città che potrebbe richiamare San Vito. Sullo sfondo, a destra, si intravvedono dolci rilievi e una montagna aguzza e rocciosa.
Da qui inizieremo una lunga camminata che ci permetterà di percepire le trasformazioni di lungo periodo che si sono sviluppate nella pianura a cavallo delle risorgive. Per cominciare si noterà la scomparsa delle praterie aride, un tempo usate per il pascolo o la fienagione, e il progressivo sviluppo delle moderne forme della coltura vitivinicola che testimoniano il successo imprenditoriale dei vini della Delizia. In questo settore della pianura asciutta, ma percorsa dai primi rivoli di risorgiva, la tessitura degli appoderamenti è fitta. I segni delle pratiche tradizionali sono alquanto ridotti, mentre prevale il paesaggio gestito con mezzi meccanici e governato da processi esogeni all’antico villaggio.
Il contesto ambientale si complica in occasione dell’arrivo a Casarsa perché la campagna inizia a mostrare oggetti speciali, come le caserme, e infrastrutture moderne come la ferrovia. Raggiungeremo, nella periferia del paese, la chiesa di Santa Croce dove visteremo il terzo ciclo pittorico di Pomponio Amalteo, che affiancò il suocero Pordenone nell’opera cogliendone ancora una volta il senso delle ambientazioni. A differenza dei due precedenti cicli l’ambientazione qui si complica. Una scena si svolge in ambiente pedemontano e a questa si somma una bellissima visione urbana di ispirazione pordenonese.
Oggi Casarsa è un paese espanso e dilatato lungo la direttrice ottocentesca della Pontebbana. Attraverseremo questo “disordine urbano” cogliendo tutti i motivi dello schizofrenico ambiente contemporaneo. Superate le ultime urbanizzazioni ci inoltreremo quindi nella campagna dell’alta pianura, un tempo caratterizzata da prati magredili e oggi invece interessata da agricoltura intensiva a seminativi o vigne attrezzate recentemente per la raccolta meccanica.
Raggiungeremo lentamente Valvasone da Sud, quindi da una speciale prospettiva che ancora oggi segna un brusco stacco tra i territori aperti e la densa città medievale. Un margine urbano, una volta tanto, non segnato dalla dispersione insediativa. Percorreremo le vie della cittadina diretti al quattrocentesco duomo che conserva uno dei più straordinari organi cinquecenteschi d’Italia. Lo strumento, di per sé di grande valore, presenta un particolare interesse per il nostro itinerario soprattutto perché esso è decorato con alcuni interessanti dipinti del Pordenone e dell’Amalteo. In modo particolare alcuni pannelli della balconata dipinti da Pomponio mostrano ancora una volta ampie prospettive della pianura verso i monti. Anche nella composizione realizzata dal suocero per l’episodio della caduta della manna dal cielo la decisione di collocare la scena sul fondale di una distesa pianura che finisce contro un versante montuoso sembra di riconoscere il tema pittorico che ci guiderà per tutta l’escursione, che intende risalire una campagna in costante fase di ridisegno e modernizzazione. L’ambiente cambia mentre le comunità locali continuano a percepire il loro territorio nei limiti di questi ampi confini prospettici segnati dalle Prealpi Carniche.
Traccia del percorso su mappa

Bibliografia utile
Giovanni Ellerani, Pomponio Amalteo e gli affreschi di S: Maria delle Grazie di Prodolone in San Vito al Tagliamento, San Vito al Tagliamento, Ellerani, 1970
Pomponio Amalteo: pictor Sancti Viti, 1505-1588, a cura di Caterina Furlan e Paolo Casadio, Milano, Skira, 2006
Caterina Furlan, Il Pordenone, Milano, Electa, 1988
Per partecipare
La passeggiata si svilupperà in pianura, quindi è sufficiente avere delle scarpe da ginnastica. Allo stesso tempo vi preghiamo di considerare che con il terreno bagnato le stradine di campagna che percorreremo saranno ricche di fango.
Il ritrovo è previsto in piazza a San Vito al Tagliamento, mentre l’area limitrofa al centro è ricca di parcheggi. Dopo la visita alle opere sanvitesi prenderemo nuovamente le auto per raggiungere la piazza di Prodolone ed evitare un pezzo di dispersione urbana privo di speciale carattere.
L’escursione prevede una camminata lenta di circa sette ore priva di difficoltà. Chi viene con i figli è pregato di prestare a loro le dovute attenzioni.
Vi raccomandiamo un abbigliamento conforme alla stagione variabile soprattutto in considerazione delle previsioni del tempo.
Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Scarpe & Cervello non saranno più gratuite, ma sottoposte a una quota di rimborso spese per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.
Numero massimo di adesioni: cinquanta con obbligo di prenotazione.
Per informazioni e prenotazioni:
Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, bccmrn@unife.it
Legambiente del Friuli Venezia Giulia: 0432 295483, info@legambientefvg.it,
Informazioni aggiornate saranno inserite nel sito dell’associazione: www.legambientefvg.it e www.scarpecervello.blogspot.it

Paesaggi e mappe mentali,

la nuova campagna di Scarpe & Cervello 2012

Per il 2012 abbiamo deciso di indagare i paesaggi regionali utilizzando oltre alle normali cartografie più o meno storiche che usiamo, anche altri ausili iconografici che nel tempo hanno sedimentato una speciale immagine del territorio.
E’, infatti, nostra abitudine frequentare i luoghi con l’ausilio di strumenti cartografici che di volta in volta mostrano aspetti parziali del territorio e delle sue forme (carte geomorfologiche, storiche, topografiche, ecc). Ciascuna di queste carte è un’idea del luogo prodotta dall’estensore del prodotto cartografico sulla base dei suoi interessi e della sua capacità di conoscere e dar forma al territorio attraverso il processo di rappresentazione.
La nuova campagna di Scarpe & Cervello vuole invece indagare il rapporto che intercorre tra l’immagine pittorica o filmica di un ambiente nel momento in cui la stessa diventa espressione storicizzabile di un’idea di paesaggio. La rappresentazione dei luoghi, anche attraverso la fotografia, esprime alcuni dei caratteri paesaggistici con altrettanta parzialità e allo stesso tempo diventa una testimonianza del passato, un reperto iconografico. In modo non diverso vorremmo individuare una serie di iconemi che testimoniano la formazione di un’idea di paesaggio diffusa nella società.
Per le escursioni del 2012 abbiamo deciso di esplorare luoghi descritti da registi, pittori e fotografi per rendere ancor più evidente il salto che esiste tra un paesaggio reale e in continua trasformazione e quello ideale della ripresa. Ci interessa indagare come le arti pittoriche e no siano riuscite descrivere i cambiamenti della società e del fondale paesaggistico regionale.
La nuova campagna regionale avrà per titolo Icone, iconemi e fondali paesaggistici e vuole mostrare otto territori regionali contemporaneamente alla descrizione fornita da pittori e artisti.
Icone, Iconemi e fondali paesaggistici
Da sempre il paesaggio è oggetto di rappresentazioni e non è un caso che lo storico volume di Emilio Sereni, pubblicato 50 anni fa (Storia del paesaggio agrario italiano, 1961), si proponesse di ricostruire la storia delle forme del territorio partendo proprio dall’abbondante iconografia depositata nel nostro patrimonio artistico.
Quei dipinti interpretati permettevano di cogliere il valore ideologico della rappresentazione. L’ambiente più o meno umanizzato assumeva un ruolo importante a volte come componente attiva del quadro, altre volte come fondale. L’ambiente selvaggio del medioevo e la regola produttiva dei reticoli delle colonizzazioni agrarie postrinascimentali, il ruolo delle nuove infrastrutture nel paesaggio dell’800 o i castelli medievali nei fondali di Cima da Conegliano, esprimevano il valore di luoghi che venivano assunti a un ruolo ideale.
Oggi quelle interpretazioni pittoriche ci stupiscono per le possibilità che ci danno nel confrontare il paesaggio antico (attraverso l’icona) con quello attuale, permettendoci così di confrontare allo stesso tempo le mutate pratiche territoriali. Ma le icone paesaggistiche nell’epoca della modernità sono molto cambiate e si sono evolute. La fotografia e il cinema hanno fissato i luoghi nella loro trasformazione permettendoci analisi di confronto capaci di una maggiore definizione. Confrontare una vecchia foto che mostra il Carso triestino glabro e ricco di animali al pascolo con l’attuale copertura di vegetazione più o meno spontanea, assume uno speciale significato scientifico nella lettura delle trasformazioni territoriali e della società che le produce. Non bastasse, la fotografia, più che la pittura, ha permesso la costruzione e la diffusione di alcuni stereotipi paesaggistici che sono dei veri iconemi, cioè “unità elementari di percezione di carattere iconico, collocabili all’interno di un sistema di segni in grado di raffigurare un concetto territoriale e simbolico” (Turri[1]). Senza dubbio la produzione iconica attivata dalla fine dell’800 per rappresentare il castello di Miramare ha contribuito a rinforzare una speciale idea del paesaggio dell’alto Adriatico e la residenza e il parco di Massimiliano, nella loro straordinarietà, sono diventati un iconema di un territorio, quello del flysch triestino, che negli ultimi decenni si è evoluto verso un ambiente pseudoselvatico.
Per alcuni gli iconemi sono delle marche paesaggistiche capaci di evocare disegni territoriali più ampi. Per esempio nell’ultimo secolo l’immagine del Campanile di Val Montanaia a Cimolais è diventato un iconema delle dolomiti friulane. L’immagine richiama alla memoria le cime più dure delle dolomie prive di colonizzazioni vegetali. Pur essendo un oggetto straordinario/primario, capace di sintetizzare una idea dei luoghi, l’iconema è di per se spettacolare. L’iconema può essere un elemento del paesaggio che per la sua rilevante carica simbolica, o la frequenza con la quale si presenta, riesce a caratterizzare un territorio anche ampio. Per esempio, le chiese su colle della Valle del But, o le case coloniche della mezzadria toscana, poste sopra dossi appena accennati, le ville venete della Riviera del Brenta, sono un carattere unico di uno specifico territorio. Sono immagini che riescono a rappresentare un concetto territoriale e simbolico più ampio.
Per fondali paesaggistici, nella ricerca di Scarpe & Cervello 2012, intendiamo l’uso di un contesto paesaggistico nelle riprese di un film in cui l’immagine del territorio e della sua componente paesaggistica, sia stata usato in modo determinante nel racconto filmico. Il paesaggio può essere a secondo dei casi un fondale neutro sul quale dirigere scene che hanno un sapore decontestualizzato, oppure ha il ruolo di costruire il racconto in una sintonia diretta con i fatti e gli uomini che compongono la scena. Il fondale può essere parte della storia, oppure un muto spettatore della stessa.



[1] “Con il termine iconema si definiscono quelle unità elementari di percezione, quei quadri particolari di riferimento sui quali costruiamo la nostra immagine di un paese. […] È la cultura che li ha individua­ti, ci ha insegnato a coglierli, a indicarli come riferimenti del nostro guardare”. EUGENIO TURRI, Semio­logia del paesaggio italiano, Longanesi, Milano 1990.

lunedì 12 settembre 2011

Dal Sincrotrone al Rozzol Melara. Attrezzature speciali sul Carso



Scarpe & Cervello 2011
Iperpaesaggi, superluoghi e territori ibridi


Domenica 18 settembre
Dal Sincrotrone al Melara
Attrezzature speciali sul Carso


Ritrovo nel parcheggio dell’Area Ricerca di Padriciano, ore 9,30


L’escursione si propone di percorrere un ambiente, quello del Carso, transitando per due luoghi molto particolari e incoerenti con il paesaggi della scarpata triestina. L’area del sincrotrone e del centro ricerca di livello europeo, posto a fianco di piccoli insediamenti slavi dai rapporti spaziali molto misurati. Scenderemo poi lungo le pendici del Carso triestino per leggere gli effetti degli ultimi progetti di collegamento autostradale con la Slovenia e per finire l’escursione ai piedi di due potenti Landmark triestini: le torri di Semerani e Tamaro per l’Ospedale e il grande quadrato di residenza e servizi del Rozzol Melara.

I motivi
Il Carso e la scarpata triestina sono degli ambienti molto speciali seppure in progressiva trasformazione per il ridursi sempre più evidente delle attività di coltivazione e pascolo. Ma sul Carso non crescono solo alberi selvatici, ma anche strani e incoerenti oggetti territoriali che con quell’ambiente hanno poco a spartire e che provengono da desideri e finalità esogene alle comunità locali. Come altro interpretare le due sedi dell’area di ricerca o il monumento di Basovizza, oppure il recinto prativo del Golf Club?
L’altipiano, attraversato da un importante infrastruttura viabilistica , negli ultimi decenni ha visto nascere alcuni nuovi recinti, delle enclave particolari che nulla hanno a che fare con gli insediamenti di Padriciano e Basovizza. Attrezzature espulse dalla città che occupano luoghi che sembrano non avere una logica geografica o territoriale se non quella di essere adiacenti a una uscita autostradale.
La città della scienza non sta nei quartieri urbani più prestigiosi e storici, ma all’interno di un ambiente verde e lontano da comodi servizi cittadini. Le due aree di ricerca non dialogano con l’ambiente urbano e sono state progettate considerando importanti non le sinergie con altre funzioni della città, ad esempio l’ospitalità, la mobilità pubblica, la ricreazione, i servizi, ma sono quasi delle cittadelle autosufficienti con ristoranti propri e foresterie. Il parco della scienza è stato costruito come un quartiere specializzato e alternativo alla città. Allo stesso tempo assume il nome di Park, ma non perché sta all’interno di un ambiente naturale ma proprio per la sua alta specializzazione e per il carattere autoreferenziale del suo stesso esistere. Queste strutture potrebbero stare qui o in ogni altro luogo. Forse con maggiore coerenza dovrebbero stare all’interno di una città e vivere con la stessa più che proporsi come una alternativa.
Diverso è invece il carattere di un altro luogo che visiteremo, quello del monumento della foiba di Basovizza. Un luogo che come il Centro di Raccolta Profughi di Padriciano ricorda un passato recente e drammatico. Un luogo che è diventato un memoriale che ha dei riferimenti precisi e specifici con la storia della nazione e non solo con quella del villaggio slavo. Una storia che è coltivata ancora una volta dalla città più che dagli insediamenti dell’altipiano, ma che si esprime, appunto, come necessità di dare forma alla memoria. Forma che recentemente ha assunto un carattere monumentale centrato su un recinto, come ce ne sono molti in Carso.
Poco sotto, troveremo i luoghi trasformati di recente dalla grande viabilità triestina, una frattura nel paesaggio del versante che dialoga con altre due strutture espulse dalla città e quasi alternative alla stessa: il grande complesso ospedaliero del Cattinara e il quadrilatero di edilizia Popolare del Rozzol Melara. Entrambi i complessi edilizi hanno la capacità di interrompere il continuo dilatarsi dell’urbanizzazione della periferia lungo le pendici costruendo due episodi che per la loro scala diventano dei Landmark, ma anche i limiti all’espansione futura.
Ricalcando le scelte localizzative della grande sede universitaria progettata nella seconda metà degli anni ’30 del ‘900 da Nordio, Celli e Semerani hanno collocato ai bordi della periferia urbana due oggetti che riescono a confrontarsi con forza con il panorama urbano e il golfo triestino. Si tratta di due oggetti che hanno avuto l’ambizione di proporsi come elementi ordinatori delle frange urbane diffuse, porte della città o persino mura della stessa, oppure espressione dei principi di anticittà. Residenza e servizi ancora una volta vengono espulsi dall’ambito urbano per godere del paesaggio e delle prospettive ampie costruendo una alternativa alla città densa.
Il Rozzol Melara, soprattutto, con le settecento residenze unite a servizi e ad attività commerciali ci racconterà i miti e le utopie degli anni ’70 quando si credeva possibile ricostruire dei grandi falansteri alternativi alla città malata nel più speciale ideale dell’ottocentesche idee di Owen, Fourier o Godin. Proprio all’interno di questo grande ideale urbano, quasi nel ventre di una grande balena, concluderemo la nostra lenta escursione.

I luoghi
Per cominciare visiteremo i luoghi dell’Area di Ricerca e del Parco Scientifico di Padriciano cercando di cogliere l’effetto della costruzione del “parco scientifico” all’interno di un’area naturale che dovrebbe diventare “parco naturale”. La scelta di attribuire a livello regionale speciali funzioni nel settore della ricerca al capoluogo regionale teneva conto delle difficili condizioni che Trieste godeva dal punto di vista geografico e politico fino agli anni ’80 del secolo scorso. L’area di ricerca nasce quindi come emanazione dell’università triestina che però ammiccava ai modelli insediativi aperti americani. Fin dall’inizio la scelta localizzativa privilegiò la scelta di costruire questa struttura lontano dalla città.
Dopo il terremoto del ’76 queste scelte si consolidano e nel marzo del 1978 viene creata l’AREA di ricerca come un consorzio obbligatorio tra Regione, Provincia e Comune di Trieste che ebbe il compito di costruire l’insediamento. Nella zona di Padriciano doveva sorgere una grande zona industriale transfrontaliera (ZFIC) e per cominciare si iniziò a recuperare il sito del dismesso capo di raccolta dei profughi giuliani. La disponibilità di un’area a costo zero influenzò in modo determinante la nascita in questo luogo della cittadella della ricerca.
La contraddittoria evoluzione del progetto ebbe la sua definitiva svolta quando fu proposta qui la sede di un sincrotrone europeo da 5 GeV. Questa nuova macchina, progettata dalla Fondazione Europea delle Scienze di Strasburgo, ebbe la fortuna di dare un senso a una iniziativa e a una localizzazione che sembrava non lo avessero. Solo nel 1986 si pervenne alla costruzione del dispositivo legislativo e di finanziamenti per dare vita ai due siti dell’area di ricerca. ’insediamento dell’AREA nel settore dell’ex Campo profughi stranieri di Padriciano, proprietà del Ministero degli Interni, va datata al 1981 e si rese possibile grazie al recupero di una decina di palazzine esistenti.
Da qui inizierà la nostra escursione percorrendo i bordi del complesso scientifico nel tentativo di coglierne gli esiti formali rispetto all’ambiente del Carso.
Da qui, lungo una stradina bianca percorreremo lo spazio che divide il centro scientifico dalla scarpata del Carso raggiungendo il rilievo occupato dal castelliere protostorico del Monte Calvo che ci permetterà di cogliere la distanza tra queste diverse forme di insediamento umano. L’antico abitato, segnalato dal Marchesetti nella seconda metà dell’800, è riconoscibile solo per i resti del muro di cinta. Segni al giorno d’oggi ancora più effimeri se si pensa che la vegetazione spontanea tende a mitigare la percezione delle opere artificiali sul rilievo a quota 485m, a Nord del M. Calvo.

Dal castelliere raggiungeremo il punto panoramico della Vedetta Alice, costruita nel 1957 dall’Ente per il Turismo di Trieste quando il Carso era meno boscoso, che ci permetterà di cogliere un’ampia prospettiva sull’altopiano e sul golfo. Questo belvedere ci darà modo di percepire la dimensione e la specialità del nostro itinerario sul bordo della scarpata triestina.
Da qui percorreremo il bordo dell’altipiano, transitando per il Parco Globojner e usufruendo degli ampi scorci e delle lunghe prospettive su Golfo e Istria arrivando fino al campo da golf, la più vecchia attrezzatura sportiva di questo tipo in Friuli VG, attrezzata dalle truppe inglesi e americane dopo la guerra. L’area di pertinenza è un ulteriore recinto che riduce la permeabilità degli attraversamenti pedonali. In modo diverso il limitrofo attraversamento del gasdotto è un segno di modernità che confligge con quelli degli antichi pascoli invasi ora dalla vegetazione spontanea, ma percepibili come un elemento archeologico.
Percorrendo alcune antiche armentarie delimitate da muretti raggiungeremo il secondo sito dell’Area di ricerca, quello che ospita il grande acceleratore di particelle. Infatti quando a metà degli anni ’80 ci si trovò a dover costruire la grande macchina, si scoprì che l’area dell’ex campo profughi era la meno adatta per un impianto di questo tipo. Infatti, la macchina di luce aveva bisogno di un’area pianeggiante, di terreni geologicamente stabili, lontani dai flussi e dalle vibrazioni prodotte dal traffico. Quindi l’originario settore, posto al limite dell’autostrada, fu scartato e tra 33 siti possibili del Carso Triestino e Goriziano ne fu scelto uno a Basovizza che aveva il vantaggio di essere relativamente vicino a quello di Padriciano. Sta di fatto che le due aree non sono collegate tra loro e sembrano del tutto autonome. I due siti si collocano sul territorio come se fossero due astronavi assolutamente indipendenti dal contesto e persino le sistemazioni dell’arredo urbano e dei nuovi percorsi, soprattutto a Bassovizza, sembrano voler esaltare un principio di diversità anziché percorrere un tentativo a posteriori di integrazione. L’ampia strada che a Basovizza conduce al Sincrotrone Elettra è stata costruita con un uso massiccio di porfido trentino, come se ci si trovasse in uno dei grandi e piccoli centri storici del triveneto.
Coglieremo il contrasto tra l’ambiente storico e le nuove strutture scientifiche percorrendo una vecchia strada fino al centro di Basovizza dove abbiamo previsto la sosta per il pranzo al sacco. Da qui raggiungeremo il memoriale della Foiba per poi riprendere uno dei percorsi del bordo dell’altipiano passando a monte del grande cratere della cava dell’Italcementi, altro grande recinto che testimonia usi predatori rispetto alla sola risorsa che il Carso ha in grande quantità, il carbonato di calcio.
Per scendere verso la periferia di Trieste, che ormai ha conglobato in se molte delle borgate agricole che provvedevano al sostentamento dell’urbe, useremo uno dei percorsi storici di accesso all’altipiano, la “strada delle vacche”. Si tratta in realtà di una ripida viabilità attrezzata con gradini che ci condurrà sopra al nodo della grande viabilità triestina che ha recentemente collegato con l’autostrada la zona di Padriciano e il valico di Rabuiese, direzione Capodistria. Scendendo avremo modo di apprezzare le imponenti masse delle due torri dell’ospedale e il quadrilatero del Rozzol Melara.
L’imponente complesso edilizio prende il nome da due località storiche del suburbio triestino e si è configurato sul finire degli anni ’60 come un’occasione per dare una nuova importanza alla soluzione delle periferie. Innanzitutto costruendo un corpo di fabbrica dalle dimensioni monumentali che non fosse solo un dormitorio ma che replicasse nelle funzioni che componevano qualsiasi parte della città storica. Nei 267.000 metri cubi di costruzione in stile brutalista erano previsti spazi per i servizi pubblici, per i negozi, per la socialità, per la redidenza, ecc. per un totale di 2.500 abitanti circa. Insomma, la dimensione di un villaggio piuttosto grosso della pianura friulana, e di molti comuni dell’altipiano. Il Melara fu uno straordinario esperimento di costruzione di una utopia dell’abitare che prendeva origine da alcune idee di Le Corbusier e che qui sono rese esplicite nella differenziazione dei sistemi di mobilità, nel rapporto tra l’edificio e il suolo, nella distribuzione dei servizi e degli spazi pubblici. La grande strada interna doveva essere, più che il suolo, il luogo della frequentazione e degli incontri, uno spazio di centralità e di servizi che in progetti simili non fu mai nemmeno realizzato.
Qui invece tra il ’79 e l’81 l’impianto fu completato e a distanza di anni mostra tutti i limiti dell’originaria utopia. La grande strada coperta per gli incontri è deserta e i negozi di quartiere non sono mai stati aperti. Un corridoio sovradimensionato vede ogni tanto i condomini muoversi il più velocemente possibile tra i luoghi pubblici per raggiungere i vani ascensore e il proprio alloggio. Gli spazi di incontro sono diventati oggetto di atti di vandalismo e la gran parte delle pareti dei luoghi di distribuzione e stata dipinta dai graffitari. Nonostante si tratti di uno dei migliori progetti di quartiere che assume al suo interno il desiderio di essere città o almeno di essere una parte della stessa, il disagio sociale del vivere nel quadrilatero è percepibile. Se gli alloggi sono pregevoli soprattutto per la vista e il rapporto con l’ambiente, gli spazi pubblici degradati e le difficoltà di socializzazione hanno convinto il comune a proporre uno speciale progetto nell’edificio quartiere, il portierato sociale.
Contemporaneamente sono partite alcune iniziative per il recupero degli spazi esterni con opere di arredo e verde per rendere meno ostile quel quadrato di cemento ostentato come un linguaggio incomprensibile agli abitanti (progetto Ri-giardino). In modo non diverso stanno crescendo le iniziative di aiuto a una popolazione residente che è invecchiata socializzando ben poco. In modo quasi indipendente invece, gli spazi progettati per il commercio lungo la grande strada pedonale sono poco alla volta recuperati per ospitare attività di servizio o associazioni che operano alla scala più vasta del quartiere o persino a quella della città. Questa rottura dei miti di autosufficienza espressi dal progetto degli anni ’70 non può che fare bene al Melara che da utopica macchina antiurbana e allo stesso tempo città autonoma, sta diventando parte di Trieste.
Durante l’escursione ci muoveremo dentro e fuori al grande edificio per comprenderlo meglio e capire quanto si sia salvato, dopo trent’anni, di quella idea che partiva dalle esperienze di Fourier e dalle grandi opere pensate da Le Corbusier (il Piano per Algeri del 1930, in particolare, ma anche l’unitè d'habitation di Marsiglia del 1945).
Dal Melara riaccompagneremo gli autisti a prendere l’auto al punto di partenza. Ma l’escursione non finisce qui. Chi vorrà potrà seguirci in serata nuovamente a Padriciano dove abbiamo programmato di visitare il Museo di Carattere Nazionale C.R.P. di Padriciano (Centro Raccolta Profughi di Padriciano). Si tratta della mostra permanente inaugurata nel 2004 dall'Unione degli Istriani, sul tema dell’esodo giuliano dopo la seconda guerra mondiale.
Il complesso edilizio fu attrezzato dalle forze armate angloamericane di stanza nel Territorio Libero di Trieste per accogliere gli esuli che venivano allontanati dalla Jugoslavia a partire dagli anni ‘50. Il centro fu dismesso negli anni ’70 quando furono demolite le baracche in legno che avevano ospitato i profughi e oggi è solo in parte musealizzato.
Dopo quest’ultima visita ci recheremo presso un vicino agriturismo per uno spuntino che ci permetterà anche di iniziare la discussione, libera e aperta non solo al gruppo di lavoro di Scarpe & Cervello, sulla prossima edizione della nostra campagna.

Per partecipare
La passeggiata si svilupperà su ambienti carsici e sentieri, quindi vi consigliamo scarpe da montagna o scarpe da ginnastica pesanti.
Per raggiungere il punto di partenza presso l’Area di Rierca di Padriciano basta percorrere l’autostrada fino all’uscita Padriciano e poi seguire le indicazioni per l’area di ricerca. Raggiunta una rotonda nei pressi dei primi edifici, poco a sinistra, troverete l’ampio parcheggio dove ci raduneremo.
L’escursione prevede una camminata lenta di circa sei ore priva di difficoltà. Chi viene con i figli è pregato di prestare a loro le dovute attenzioni. Non ci sono difficoltà perché l’itinerario è in discesa e ci porterà dai 360 metri dell’Area di Ricerca ai 240 m. slm del Melara.
Vi raccomandiamo un abbigliamento conforme alla stagione variabile perché l’aver posticipato la tappa di due settimane per poter godere dei colori dell’autunno ci espone a possibili rovesci.
Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Scarpe & Cervello non saranno più gratuite, ma sottoposte a una quota di rimborso spese per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.

Numero massimo di adesioni: cinquanta con obbligo di prenotazione.


Per informazioni e prenotazioni:
Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, bccmrn@unife.it
Legambiente del Friuli Venezia Giulia: 0432 295483, info@legambientefvg.it,
Informazioni aggiornate saranno inserite nel sito dell’associazione: http://www.legambientefvg.it/ e su http://www.scarpecervello.blogspot.it/