Domenica 30 giugno
Ritrovo ore 9,30 a Pontebba di fronte alla Caserma della Guardia di Finanza Gollino e Marinelli
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Percorso
Con questa
escursione percorreremo il canale del Fella nel punto dove si fa più
stretto e infrastrutturato, lungo il percorso recentemente recuperato
della ferrovia Pontebbana costruita nel 1878. Questa profonda
incisione trova uno sfogo solo in corrispondenza di Chiusaforte, dove
la valle si apre. L’escursione si muoverà lungo la pista
ciclopedonale che è uno speciale punto di osservazione lungo la
stretta che qualcuno aveva immaginato come lo scenario dell’invasione
delle truppe del Patto di Varsavia. Da Pontebba a Chiusaforte la
vecchia ferrovia è in leggera discesa con pendenza costante e quindi
non ci sono problemi escursionistici, se non quello di cercare di
individuare le postazioni che avrebbero impedito lo sfondamento lungo
la strada ferrata.
Tempo di
percorrenza: 7 ore
Grado di difficoltà:
nessuno e, a parte la lunghezza, è adatta a tutti.
La passeggiata si svilupperà lungo una pista ciclopedonale, quindi sono sufficienti scarpe da ginnastica o da trek e un abbigliamento “a cipolla”. Lasceremo alcune auto a Chiusaforte e provvederemo poi a riaccompagnare gli autisti a Pontebba. Chi vuole può raggiungerci e tornare in treno.
Motivazioni per la scelta dell’itinerario
La passeggiata si svilupperà lungo una pista ciclopedonale, quindi sono sufficienti scarpe da ginnastica o da trek e un abbigliamento “a cipolla”. Lasceremo alcune auto a Chiusaforte e provvederemo poi a riaccompagnare gli autisti a Pontebba. Chi vuole può raggiungerci e tornare in treno.
Motivazioni per la scelta dell’itinerario
Lungo la valle del
Fella furono localizzate le più importanti caserme per i militari
che avrebbero dovuto sostenere la prima ondata d’urto. Le caserme
furono localizzate in corrispondenza delle storiche stazioni
ferroviarie perché dovevano essere raggiunte da ragazzi che
provenivano da tutta la penisola. La ferrovia Pontebbana innervava e
ritmava la vita di fanti, artiglieri e alpini costretti a passare un
anno della loro vita quasi in esilio in questo budello di rocce e
acqua. I villaggi della Val Canale e del Canal del Ferro non erano
certo in grado di garantire attrazioni e svaghi. Durante la fase
della militarizzazione i soldati riuscirono a incidere nei costumi
della vallata e anche nella sua economia. Sorsero le prime pizzerie
per accontentare il gusto “esotico” richiesto da ragazzi che
avevano diverse tradizioni alimentari. Due passi per il paese e la
rituale visita a bar, ristori e tabacchini erano le sole attività di
svago che ci si poteva permettere, quando le cose non andavano
addirittura al contrario. Per esempio, a Chiusaforte gli abitanti
potevano usufruire del cinema interno alla modernissima caserma.
I paesi, dopo le
prime fasi dello spopolamento, tornarono a rinascere con attività
del terziario legate anche alle nuove infrastrutture confinarie.
Soprattutto a Pontebba la ferrovia fu uno dei principali motori di
ripresa economica. Decine di dipendenti delle FS e della Finanza
riempivano gli appartamenti vuoti e davano un aspetto più urbano al
paese.
Oggi, invece, la
crisi dell’infrastruttura militare, la completa dismissione delle
attività frontaliere e l’allontanamento del traffico passante
sull’asse di scorrimento veloce dell’autostrada hanno comportato
un esponenziale decadimento del paesaggio urbano. Sempre di più a
Pontebba e a Chiusaforte i paesaggi dell’abbandono, quando non
assumono il carattere di un “terzo paesaggio”, si rendono
espliciti. Nei prossimi anni questo processo di dissoluzione delle
pratiche d’uso con il conseguente sviluppo di naturalità si
esprimeranno non solo lungo i versanti alpini, ma anche all’interno
di quelle che per una quarantina d’anni furono borgate densamente
abitate dai militari.
Descrizione del percorso
Pontebba
per secoli fu un villaggio doppio, come accade molto spesso in
situazioni di confine. Da una parte c’erano gli italiani (Pontebba)
e dall’altra gli austriaci (Pontfel). Durante il periodo del
medioevo patriarcale e l’età moderna veneziana il tema dei due
borghi contrapposti e divisi da un corso d’acqua fu determinante
per costruire una identità frontaliera. Questa non venne meno
nemmeno quando il confine, dopo la prima guerra mondiale, fu spostato
a Tarvisio. La cittadina mantenne il senso del limite seppure la
ristrutturazione urbana volesse affermare la nuova e romana unità
tra le due borgate. Il nuovo municipio, progettato da Provino Valle
nello stile di un barrocchetto di gusto romano, sorse sulla ex riva
friulana e voleva affermare che il gusto italico era arrivato fino in
queste lande. Lo stile tradizionale del canale era aborrito dalle
opere pubbliche e le due caserme, quella della Finanza sulla riva
“austriaca” del torrente, e quella dell’esercito, lungo il
Fella, finirono per essere rappresentate con un gusto severo, ma
italico.
Dopo
la seconda guerra mondiale Pontebba divenne un nodo strategico nel
sistema della difesa italiana e un importante centro per i militari
dell’artiglieria da montagna. La caserma Bertolotti, la più
vecchia, ha un nucleo attribuibile al periodo tra le due guerre, ma
dopo il secondo conflitto dovette essere ampliata moltissimo in
fregio al Fella occupando anche pericolosi spazi della golena e
producendo una vera e propria strettoia nell’alveo. Su questo
ripiano più basso stavano locali di servizio, la mensa, il cinema,
la cappella, ma soprattutto le stalle dei muli che nel 2012 sono
state demolite.
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La caserma Bertolotti sul finire del Novecento |
La caserma fu sede del
Gruppo Artiglieria da Montagna Osoppo e poi del Gruppo Artiglieria da
Montagna Belluno che fu sciolto il
31 ottobre del 1989.
Nel 2008 la caserma è passata al comune e
versa in uno stato di completo abbandono, ma anche le poche idee sono
confuse e irrealizzabili come si leggeva già nel Messaggero Veneto
del 21 maggio 2008: “tutto però
dipenderà dal futuro di Passo Pramollo. Se la nuova telecabina sarà
realizzata infatti le due ex caserme potrebbero diventare strutture
molto appetibili, sia da un punto di vista commerciale che
residenziale. Tra le proposte giunte all’amministrazione comunale
infatti, c’è quella di trasformare la Bertolotti in un centro
benessere o in un centro commerciale per la vendita in outlet
dell’abbigliamento”. Non si capisce quale sarebbe il bacino di
attrazione sul quale dovrebbe gravitare chi vuole benessere o moda a
un prezzo conveniente. Certo è che ancora una volta le
amministrazioni locali si trovano ad annaspare nel buio delle idee
cercando miti di sviluppo improbabili. Come un comune come Pontebba
possa “digerire” una struttura militare che misura quasi quattro
ettari è davvero difficile da comprendere. Di sicuro non si capisce
come il paese possa avere un centro commerciale capace di
sopravvivere con il turismo invernale che come si sa non ha prodotto
posti di lavoro nè a Sella Nevea nè a Piancavallo.
Per contro, dopo le alluvioni del 29 agosto del
2003 la Regione ha speso moltissimo denaro per ricostruire l’argine
e bonificare la parte della caserma che era stata alluvionata. Per
cominciare, anziché continuare a difendere il nulla, si potrebbe
ridare al fiume quella golena che negli anni ’50 gli era stata
tolta provvedendo a demolire tutti i capannoni che si trovano
all’interno dell’area a rischio idraulico. E’ già difficile
pensare a come recuperare le caserme che erano state costruite sui
terreni più alti, che senso ha sforzarsi di inventare un futuro a
dei capannoni privi di valore? L’ente pubblico dovrebbe porre al
primo punto nel tema della riconversione delle caserme ogni azione
possibile per riequilibrare il dissesto idrogeologico prodotto
nell’ultimo mezzo secolo.
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L’alveo adibito a caserma e le stalle dei muli demolite nel 2008 con sullo sfondo il viadotto autostradale |

La
Pontebba storica sembra incapace di promuovere una propria idea di
sviluppo e come aveva di fatto subito il processo di militarizzazione
e la costruzione del nodo ferroviario, oggi attende da fuori una
soluzione alla propria crisi.
Fino a pochi anni fa la politica regionale prevedeva che la cessione degli immobili ai comuni avrebbe fatto partire ipotesi di sviluppo e di promozione economica nuove per Pontebba. Il turismo invernale, economia che ha presentato negli altri poli regionali tutti i suoi difetti e la sua crisi, veniva proposto a Pontebba come la soluzione alla crisi insediativa. Il programma economico prevedeva investimenti per diversi milioni di euro senza nemmeno valutare se il pacchetto Pramollo avrebbe poi avuto degli utili sul versante italiano. In ogni caso si proponeva che le tre caserme e molte delle aree dismesse della ferrovia sarebbero state messe a disposizione di imprenditori privati, che ancora una volta sarebbero venuti da fuori, e che avrebbe costruito un sistema economico alternativo a quello storico. Il progetto prevedeva la costruzione di una grande cabinovia con partenza da Pontebba e arrivo sulla cima del Monte Madrizze, 10 km di piste sciabili in territorio italiano e relativi impianti di innevamento, parcheggi a valle e presso la stazione intermedia, ricettività per circa 600 posti letto e strutture commerciali e di servizio a fondo valle. Un progetto che si valutava costasse circa 76 milioni di euro dei quali 44 forniti dalla Regione, in sostanza a fondo perduto. Nessuno valutava che i costi di ammortamento e quelli di manutenzione sarennero stati enormi che prima di cominciare a guadagnare qualcosa bisognava coprirli con almeno 7-8 milioni di euro. Il risultato per i territori alpini è che ancora una volta ad aspettare la “gallina dalle uova d’oro” si è persa ogni possibilità di agire direttamente e dall’interno della società locale, magari anche solo iniziando a copiare il “modello Sauris”.
Fino a pochi anni fa la politica regionale prevedeva che la cessione degli immobili ai comuni avrebbe fatto partire ipotesi di sviluppo e di promozione economica nuove per Pontebba. Il turismo invernale, economia che ha presentato negli altri poli regionali tutti i suoi difetti e la sua crisi, veniva proposto a Pontebba come la soluzione alla crisi insediativa. Il programma economico prevedeva investimenti per diversi milioni di euro senza nemmeno valutare se il pacchetto Pramollo avrebbe poi avuto degli utili sul versante italiano. In ogni caso si proponeva che le tre caserme e molte delle aree dismesse della ferrovia sarebbero state messe a disposizione di imprenditori privati, che ancora una volta sarebbero venuti da fuori, e che avrebbe costruito un sistema economico alternativo a quello storico. Il progetto prevedeva la costruzione di una grande cabinovia con partenza da Pontebba e arrivo sulla cima del Monte Madrizze, 10 km di piste sciabili in territorio italiano e relativi impianti di innevamento, parcheggi a valle e presso la stazione intermedia, ricettività per circa 600 posti letto e strutture commerciali e di servizio a fondo valle. Un progetto che si valutava costasse circa 76 milioni di euro dei quali 44 forniti dalla Regione, in sostanza a fondo perduto. Nessuno valutava che i costi di ammortamento e quelli di manutenzione sarennero stati enormi che prima di cominciare a guadagnare qualcosa bisognava coprirli con almeno 7-8 milioni di euro. Il risultato per i territori alpini è che ancora una volta ad aspettare la “gallina dalle uova d’oro” si è persa ogni possibilità di agire direttamente e dall’interno della società locale, magari anche solo iniziando a copiare il “modello Sauris”.
Scendendo
a valle lungo la ex ferrovia ricca di opere di archeologia
industriale incontreremo la polveriera di Pietratagliata che aveva il
compito di rifornire le postazioni di arresto poste a valle di
Pontebba lungo il Vallo Alpino. Queste non sono facili da
rintracciare ora perché la vegetazione cresciuta nel frattempo le ha
celate ulteriormente alla vista.
Si trattava di postazioni dotate di armi
anticarro e mitragliatrici. Il più delle volte scavate nella roccia
e raggiungibili attraverso cunicoli illuminati e areati.
L’ultima struttura che vedremo è quella enorme di Chiusaforte, una caserma grande come tutto il paese, che va colta anche nella complessità del luogo. Infatti per reperire un’area abbastanza grande da costruire un tale complesso di alloggi si dovette ridurre di molto l’alveo del fiume proprio nel punto in cui il Fella usciva dalla stretta gola di Dogna. Questo luogo, che era sempre stato uno spazio di dispersione e in sostanza una vasca in cui le acque perdevano la loro forza spagliando, fu pesantemente canalizzato e poi ulteriormente ridotto dal passaggio dell’autostrada. La caserma ricostruita interamente all’inizio degli anni ’80 a seguito dei danni del terremoto era una delle più moderne ed efficienti del settore alpino e si estendeva su un’area di circa settantamila metri quadrati.
Per
ora la sola opera realizzata è il recupero di una porzione di piano
terra di una delle palazzine per realizzare un impianto di biomassa
che di fatto riscalda solo la vicina scuola. Infatti, proprio in
ampliamento alla zona delle caserme, non molti anni fa
l’amministrazione comunale ha realizzato il nuovo insediamento
scolastico e la sede della protezione civile, senza che ci fosse la
possibilità di recuperare qualcuno degli edifici in crisi. Oggi,
dopo quell’occasione perduta, restano, invece, ancora molto vaghe
le ipotesi di riorganizzazione funzionale dell’area che nelle
intenzioni dell’amministrazione dovrebbe diventare una zona
industriale centrata su una “filiera” produttiva tutta da
inventare. Certo è che una riconversione di questo tipo della Zucchi
presupporrebbe la completa eliminazione degli edifici pluriplano
costruiti con criteri antisismici negli anni ’80 e oggi
riutilizzati solo in piccolissima parte come sede degli alpini e come
centro per anziani.
In
centro a Chiusaforte vedremo anche alcuni edifici residenziali
abbandonati, le palazzine per gli ufficiali, che per contro
potrebbero essere facilmente recuperati, ma che ancora lo Stato non
ha deciso di porre in vendita, aumentando la percezione di abbandono e
disagio. Quelle famiglie che non ci sono più non contribuiscono a
rendere più vitale il tessuto economico del paese, tant’è che
Chiusaforte negli ultimi dieci anni ha perso una quindicina di
attività commerciali che un tempo si reggevano sull’economia della
caserma e quella della strada statale.
Tra le diverse e fantasiose proposte di recupero dell’area della ex Zucchi c’è quella di una società emiliana che si è detta disponibile a mantenere la caserma così com’è pur di poter utilizzare la copertura per farne un impianto di fotovoltaico da quasi un milione di kilowatt annui di energia elettrica. Quindi il prossimo paesaggio a venire sarebbe legato al mantenimento di vuote strutture murarie per sfruttare solo una parte delle coperture. Per contro la centrale a biomasse, quella a olio vegetale e il capannone industriale recentemente costruito dal comune rimangono vuoti e inutilizzati dimostrando come molto spesso questi spazi dell’abbandono siano luoghi per la sperimentazione di idee non sempre felici.
Tra le diverse e fantasiose proposte di recupero dell’area della ex Zucchi c’è quella di una società emiliana che si è detta disponibile a mantenere la caserma così com’è pur di poter utilizzare la copertura per farne un impianto di fotovoltaico da quasi un milione di kilowatt annui di energia elettrica. Quindi il prossimo paesaggio a venire sarebbe legato al mantenimento di vuote strutture murarie per sfruttare solo una parte delle coperture. Per contro la centrale a biomasse, quella a olio vegetale e il capannone industriale recentemente costruito dal comune rimangono vuoti e inutilizzati dimostrando come molto spesso questi spazi dell’abbandono siano luoghi per la sperimentazione di idee non sempre felici.
Bibliografia
http://www.protezionecivile.fvg.it/Prot
... _3905.aspx
http://www.vecio.it/forum/viewtopic.php?f=9&t=3007
http://www.vecio.it/forum/viewtopic.php?f=9&t=3007
http://fanteriadarresto.altervista.org/index_fda.html
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